Su Viveur si questa settimana una breve intervista ed un racconto di Simone:
Natività Metropolitana
Caro Babbo Natale,
siamo scesi di corsa in garage. Siamo Io, nonna Selene, il cane Drupi, mio padre Giuseppe e mia madre Maria, che dopo la cena ha cominciato ad avere dei dolori fortissimi alla pancia. In gergo si chiamano “doglie”.
La nonna pensava fosse uno dei tanti falsi allarmi di questi giorni, e invece… stende una morbida coperta, sul sedile posteriore della vecchia Panda 45 Bianca. Anche il freddo, stasera, è bianco, metallico e un po’ arrugginito, come lo sportello che sto tenendo aperto per fare entrare la mamma e il suo pancione. Il cane Drupi sembra l’unico tranquillo, e scodinzola felice.
In fretta e furia, infilo nel portabagagli il borsone con tutte le cose necessarie, pigiama, cambio, vestaglia, pantofole, e adesso dobbiamo correre all’ospedale.
“Mi raccomando, andate piano!” dice nonna Selene con un sorriso corrucciato. Non ricorda che con questo scassone di macchina più di 60 all’ora non puoi andare.
La mamma è semi-sdraiata dietro, suda e si lamenta un po’, ma con dignità. Ogni tanto la sento fare dei brevi e ripetuti respiri, quasi si stesse preparando a prendere un ultimo grande respiro prima di una lunghissima immersione subacquea, prima dell’apnea.
Mi volto indietro per guardarla, e lei mi sorride, ma ha gli occhi impauriti.
Non vorrà mica partorire nella Panda?
Papà la rassicura, con la voce tremolante… Le dice che tutto andrà bene, che deve avere solo un po’ di pazienza, resistere, stringere i denti.
È lui quello agitato. Secondo me si è perso. “Devo fare benzina!” urla lui, tutto allarmato. Molto più avanti, lungo questa strada di campagna, si vede una lucina.
- Eccolo, ecco il distributore…
- Dove?
- Eccolo là, quell’insegna luminosa… E… Noooo!!
La benzina è finita, andate in pace! Rendiamo grazie all’Agip.
Il motore della macchina… si è fermato, proprio in mezzo alla campagna.
Papà gira la chiave nella toppa del cruscotto, ma non succede niente. Solo un rumore secco di ferraglie.
Niente… non parte più. Una sensazione di imbarazzo ci pervade.
In questo silenzio gelido si sente solo il respiro ritmico della mamma. La macchina si ferma proprio qui, senza benzina, sotto un’enorme insegna luminosa rossa e gialla. Sotto la maestosa e onnipotente “M” di McDonald’s!
Penso: Non vorrà mica partorire davanti a un Mc Donald’s?
Scendiamo dall’auto e ci guardiamo increduli. Cosa sta succedendo? Non ci sono rumori, né case nei paraggi. Solo una disgustosa puzza, la puzza tipica di McDonald’s, un olezzo dolciastro di frittura rancida. Mi tappo il naso, ma cerco di resistere più che posso. Non posso permettermi di vomitare, devo fare l’ometto.
Intanto, un grande pagliaccio inanimato americano mi osserva con un sorriso plasticoso.
La mamma, con una certa dolcezza, ci avvisa che le si sono rotte le acque!
“Papà! Papà… Papà…”.
Cosa si fa in questi casi?
Non so, sono ancora piccolo, io. Ci pensa papà? Ci pensano i Grandi?
Con fare sicuro, prendo la coperta e la stendo sui gradini dell’ingresso, proprio sotto quell’insegna illuminata, in mezzo a due cartonati di Walt Disney di Orazio e Clarabella, sono lì anche loro come noi e sorridono con un’espressione ebete.
enso: “Ma che ci sarà da ridere? Giuro che adesso vi do fuoco e ci scaldo la mamma!”
Invece, li prendo e li appoggio uno sull’altra a formare una specie di capannella che almeno la riparerà dal vento freddo. Intanto lei si è distesa sulla coperta con le gambe divaricate.
Caro Babbo Natale, adesso sembra proprio vicina all’immersione.
Su questa strada di campagna macchine non ne passano manco a pagare, perché a quest’ora sicuramente le persone normali saranno tutte intorno a una tavola a scartare i regali: non stanno certo come noi, in mezzo a uno slargo, sugli scalini dell’ingresso di un McDonald’s chiuso, con Orazio e Clarabella…
Così, Papà mi chiede di andare a suonare a qualche citofono, trovare una casa e qualcuno che ci possa aiutare. Io obbedisco agli ordini, anche se nell’agitazione, papà non ha realizzato che siamo veramente soli. Sembriamo soli al mondo. Eppure non siamo mica nell’anno zero… porca paletta!
Non c’è neanche un extracomunitario, chessò? Un Re Magio, un Re Magio a cui chiedere aiuto. Certo. È sempre così: quando ti servono, i Re Magi non ci sono mai…
Lungo la strada che divide i campi, rimango solo con i miei pensieri, e più allungo il passo e più loro aumentano. Man mano che mi allontano, sento sempre più distante la voce di papà: “Spingi… Spingi…”
Penso ai miei compagni di classe, che a quest’ora staranno già sperimentando su schermi al plasma a 55 pollici le nuove Playstation 3 appena liberate dagli involucri.
“Spingi… Spingi…”
Penso a Lucilla Verdelli che è la ragazzina che mi piace un bel po’, che a quest’ora forse già dorme perché, come me, detesta il Natale. “Spingi… Spingi… ”
Passano i minuti e cresce il mio fiatone, il mio viso e le mie mani sono freddi. Freddi come questa strana notte del 24 dicembre 2011, che è la notte della Vigilia di Natale.
La notte in cui sta per venire al mondo il mio fratellino.
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