A due anni dal successo di “Palanche”, i Buio Pesto pubblicano il loro nuovo album, che contiene 22 brani: 15 canzoni e 9 cover di celebri successi. Ospiti della band tre artisti vincitori di ben quattro edizioni del Festival di Sanremo: Enrico Ruggeri, Mietta e Simone Cristicchi, che hanno accettato di duettare con i Buio Pesto rigorosamente in dialetto ligure (con esiti sorprendenti…) e devolvendo i loro proventi al progetto benefico “Ambulanza Verde”.
A Liguria de Dria (L’Italia di Piero)
con Simone Cristicchi
Cover del grande successo “L’Italia di Piero”, il brano elenca le tante menzogne di Dria (Andrea), che racconta di aver partecipato ad epiche imprese antiche (Colombo, Mazzini, Pertini) e moderne (Genoa, Sampdoria, Govi). La storia insegna… che qualcuno racconta sempre un sacco di balle!
“Lo specchio mostra il fango e voi accusate lo specchio! Accusate piuttosto la strada in cui è il pantano, e più ancora l’ispettore stradale che lascia ristagnar l’acqua e il formarsi di pozze.”
[Stendhal]
PS - Questa settimana il blog senza lacci non sarà aggiornato (dall’Ombra, intendo). A presto!
Domani (11 luglio): a Conversano (BA), ore 21:00, il concerto di Simone Cristicchi; a Polignano a Mare (BA), ore 21:00, Manila Benedetto (ovvero: la ragazza che, ormai 3 anni fa, ha dato lo slancio iniziale al blog senza lacci) presenta il suo nuovo libro.
Potrei ora tirar fuori le parole “c’era una volta…”, perché a raccontarlo sembra proprio una favola. Ma è vero: c’era un tempo in cui la musica classica non era “classica”, un’epoca in cui l’idea stessa di “musica classica” non esisteva.
Mi spiego meglio: all’epoca di Bach, di Mozart e anche in quella di Beethoven, l’idea che una musica potesse essere “classica” nel senso di incarnare significati tanto elevati e imperituri da essere destinati al rispetto e alla deferenza da parte dei futuri secoli, era in formazione, ma non si era ancora affermata. L’idea che la musica dovesse sopravvivere al luogo e alle occasioni che l’avevano vista nascere, non faceva parte della cultura del tempo. La musica, in un certo senso, veniva quindi presa un po’ meno sul serio (anche se era poi più importante nella vita di molte persone).
Per esempio: nel XVIIImo (e fino agli inizi del XIXmo) la parola “sinfonia” (come la parola “romanzo”, genere letterario nato più o meno nello stesso periodo) era sinonimo di divertimento. Forse nella Vienna di primo Ottocento sono avvenute conversazioni di questo genere: “Sai che domani sera il Signor Beethoven presenta una nuova sinfonia? Andiamo a sentirla? E’ un tipo originale, probabilmente ci divertiremo!”.
Sembra davvero una favola, specie se confrontiamo il pubblico di allora, che voleva divertirsi, che durante l’esecuzione esclamava, “bravo, bello!”. Oppure, “Ma no, non è possibile far così!”. Ecco, se paragoniamo quel pubblico con quello di oggi, che partecipa in religioso silenzio a questo rito di sacralità laica che si chiama “concerto di musica classica”, ci accorgiamo allora che qualcosa forse è andata per il verso sbagliato. Dico così perché spesso la musica dei grandi autori del passato contiene elementi umoristici, ma in sala non ride mai nessuno, forse tutti pensano che a un concerto di musica “seria”, sarebbe sconveniente. Ma la vera profanazione è probabilmente il non farlo.
Imporre una maschera di ferro, di assoluta serietà, a musicisti che non erano seri 24 ore su 24 non è forse il modo migliore di onorare la loro arte e il loro spirito. A volte i concerti in cui si presentano musiche allegre e sbarazzine di Vivaldi o burberamente spiritose di Beethoven mi danno un imbarazzo simile a quello degli spettacoli di varietà in cui il comico di turno dice una barzelletta, e però… non ride nessuno.
Non è necessario che insista. Mi avete capito. Mi sarebbe piaciuto davvero vivere all‘epoca in cui la musica classica non si chiamava “musica classica”!
PS - Questo post è stato ispirato dal concerto al quale ho assistito ieri sera a Roma. Confesso che durante un movimento della suite di Bernstein (fantastica peraltro l’esecuzione del direttore Andrew Grams) ho avuto un irrefrenabile impulso alla risata (che comunque ho disciplinatamente contenuto).
E’ evidente che concordo con quanto riportato qui sopra, e sono piuttosto infastidito anche io dall’atmosfera troppo spesso innaturalmente funerea che pare dover caratterizzare i concerti di musica classica. Per fortuna ieri c’era anche l’immenso talento di un Stefano Bollani in rigorosa… camicia rossa fuori dai pantaloni e chioma riccioluta raccolta in un asimmetrico codino! Dopo la “Rhapsody in blue”, ha deliziato con “bis” di brani brasiliani (eseguiti all’interno di un… New York Concert!) e divertentissime e virtuose improvvisazioni che hanno finalmente liberato risate ed applausi, altrimenti incatenati nell’incomprensibile galateo da “musica classica”. E anche Bach, Mozart e Beethoven a quel punto hanno certamente sorriso. Ed applaudito.