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Metti una sera in salotto…
Metti una sera in salotto, si accendo le luci e… iniziano i rumori, poi l’accompagnamento di una fisarmonica e infine una voce che annuncia: “Vanda e i suoi tigrotti, Vanda e i suoi tigrotti solo per voi questa sera!”. È vestito di rosso.. le sue sembianze sono quelle di una tigre… si toglie la maschera ed è… Simone!! Pronto per una nuova avventura!! La prima emozione della serata è dal monologo sulla vita al contrario.. lo guardo, ascolto ogni parola,sento ogni suono e scorgo la mia emozione… E’ il tempo della prima riflessione, ma è anche del primo sorriso! Gli applausi non si fermano e la gente inizia a gridare “bravo!!”
Simone prende la chitarra in mano e inizia con la musica, tra luci soffuse e gente accoccolata intorno a lui… L’impressione della serata? Quella di tanti amici raccolti intorno al più bravo che,ancora una volta, regala grandi emozioni! Si parte con L’Italiano, poi Studentessa Universitaria e subito una lettera del CIM… per continuare con una canzone che sembra calzare a pennello… “Che bella gente!!”
Poi, per ridere un po’, Simone ci racconta della storia del suo portafoglio scomparso, per poi continuare con la splendida “Genova Brucia” che ha lasciato tutti nel silenzio assoluto… le splendide parole con cui è stato toccato un argomento così delicato… Mi giro per osservare il viso della gente intorno a me:le lacrime e l’ammirazione per la bellissima canzone sfociano in un applauso (meritatissimo) che non accenna a finire… così Simone, asciuga la sua tenera lacrima, e riparte con la storia tratta da “Racconto di Natale”: nonno Rinaldo e la campagna Russa. Lo spettacolo, un po’ per il luogo, per Simone,ma anche perché la gente inizia a capire il “vero” Simone, si alza di tensione.
Simone stesso sta dando tutto se stesso e regalando le sue emozioni. Poi si continua con Angelo custode che Simone definisce la sua preferita (oddio è anche la mia… e quella di tanti slacciati!!!). Poi un momento tutto di Gabriele che ci dà assaggio della sua bravura… e tra una battuta e l’altra lo spettacolo procede.
Simone continua con una lettera dal documentario sul Manicomio di Volterra, ancora ora sento l’emozione delle parole che risuonano nella mia mente e mi viene la pelle d’oca. La forza di Simone nel far conoscere questo suo lavoro viene percepita dall’intensità del suo racconto… la gente non cessa a dire “Bravo Simone, bravo”… Si continua con la splendida storia di NOF4, poi lo stornello toscano “Maremma” (apprezzato nel salotto fiorentino… avevate dubbi ?!?!).
Alla fine l’applauso di 2 minuti non accenna a finire, cessa solamente quando Simone inizia con la divertente e solare “Fabbricante di canzoni” e in un boato di risate troviamo: Paola e Chiara, Lunapop, Tanto e A te di Jovanotti, Perdono, Te dico turututtu, tre minuti e infine come sempre tocca anche a Vorrei cantare come Biagio… poi?? Una sorpresa… Gigi D’alessio!!! Si torna,poi, seri con Laureata Precaria (oddio la mia canzone!!)
Arriviamo alla fine…c’è ancora tempo per la storia della farfalla e per Ti regalerò una rosa che porta la serata al culmine con un applaudo immenso… mentre mi rendo conto di essere invasa dalle lacrime, accanto a me scorgo Agnese: anche lei è un po’commossa… il mio sguardo incrocia quello di Simone ed anche lui, come noi, è emozionato, contento per la serata, forse anche un po’ sorpreso. Anche stavolta l’applauso è grande, immenso, non cessa. La gente gli grida “bravo”,ancora e ancora…. Allora, Simone decide di continuare con un omaggio al suo amico Cristiano:e canta “Senza”. Stavolta è veramente la fine, ci saluta e,insieme ai due musicisti,esce di scena.
Si alzano le luci… Il resto della serata è trascorso in un bellissimo giardino in compagnia delle ragazze di Bologna, Stefano, Raffaele, Gabriele, Daniela, Patty, Simone (il mio), e naturalmente Simone… Grazie Simone! Veramente Grazie! Per tutto il prima e il dopo e per le parole che hai avuto per me! Per lo stupendo spettacolo! Ti meriti veramente il successo, gli applausi e le emozioni ad ogni spettacolo… sei stato un GRANDE artista! Ogni volta ti superi, cresci,ma l’emozione è sempre la stessa.. quella che ti sfiora la pelle, il cuore e l’animo.. che fa riflettere e sorridere insieme. Continua così.
Alla prossima…
Federica
June 4th, 2008
(segue da qui)
Si comincia da una riflessione semiseria su come sarebbe una esistenza vissuta al contrario, dalla anzianità al ritorno nell’utero materno, e si corre rapidamente da una nota all’altra, da un brivido all’altro, da una risata all’altra.
C’è “L’italiano” al quale bastano la bandiera in tintoria e la crema da barba alla menta per sentirsi parte di un popolo e colui che, da “italiano nero”, vorrebbe finalmente farne parte a prescindere dal suo colore di pelle; c’è l’insopportabile disagio causato dal pregiudizio che può distruggere una vita e c’è ancora una volta la voglia di gridare “Che bella gente”; c’è il commovente racconto di Nonno Rinaldo, del freddo incancellabile che la guerra porta con sé assiderando il corpo e l’anima; ci sono la rabbia, l’indignazione, il dolore che accompagnano la memoria vivissima della vergognosa ed impunita mattanza del G8 del 2001 gridate in “Genova brucia”, accolta con grande partecipazione dal pubblico (ammetto che speravamo tanto che Simone la mettesse in scaletta… chi ha avuto la fortuna di ascoltarla qualche mese fa, quando solo per poche ore fu pubblicata sul suo Space, sa bene quanto sia realisticamente cruda ); c’è Stupidowski che sa ancora stupirsi delle piccole cose, quelle alle quali nemmeno più facciamo caso dandole, noi sì, da veri stupidi, sempre più per scontate ; c’è la “Studentessa universitaria” con i suoi sogni e la sua nostalgia (esecuzione essenziale, ancora più suggestiva del solito) e la preghiera, con tanto di cero e di breviario, a San Precario perché possa prendersi a cuore le sorti di tanti giovani e meno giovani ai quali è stata tolta ogni possibilità di guardare al futuro con fiducia e dignità… ma il santo è evidentemente distratto, perché la povera studentessa, come volevasi dimostrare, è riuscita solo a diventare una “Laureata precaria”; c’è Angelo il custode che riempie la propria vita con un commovente ed impossibile grande amore e chi invece non sa come riempirla, la propria vita, perché è “Senza”. Anche qui una perla che stempera in una ironia più marcata l’amarezza di una canzone solo apparentemente leggera: il finale viene interpretato da un esilarante Simone in versione MondoMarcio, con tanto di movimenti da rapper DOC e tipica cadenza vocale tra il marcio, appunto, e l’incazzato nero.
C’è il tempo per l’emozione, e quello per la risata incontenibile che scoppia fragorosa quando il nostro CantAttore lancia nel bel mezzo della serata, come si trattasse di una pallina in un flipper, la sua particolare “ode” a Massimo Giletti… e ancora di più quando spiega come è facile diventare “Fabbricante di canzoni”. Di concerti, ormai, ne abbiamo seguiti tanti… e questo pezzo, fra i più geniali e teatrali scritti da Simone, uno di quelli nei quali il suo talento espressivo emerge in tutta la sua forza, ce lo siamo goduto in ogni salsa, compresa quella rock. Ma la versione presentata al Mutiny ci ha visti letteralmente piegarci dalle risate e tributare all’autore un applauso forte abbastanza da sentire quasi dolore alle mani!
Il caso ha voluto che, nel pieno dell’esecuzione, l’audio della chitarra abbia cominciato a fare i capricci, generando un sibilo prolungato che definire sgradevole come le unghie sulla lavagna è dir poco… mentre Raffaele e Gabriele mettevano mano agli strumenti per cercare la causa del fastidiosissimo rumore, Simone non ha perso occasione per trasformare in spettacolo anche un momento di disagio, dapprima imputando il problema alla ribellione dell’impianto di fronte alle note di “Vamos a bailar”, poi utilizzando il sibilo come base per una piccola improvvisazione chitarristica.
Una volta compreso che l’origine del disturbo era proprio la chitarra, da parte nostra è partita una esultanza da stadio… raffreddata per un paio di secondi da un altro lieve sibilo… “Sono i capelli!”, dice Simone. Ma il colpo di grazia arriva subito dopo, quando tra le canzoni “scritte con la calcolatrice” inserisce “L’amore che non c’è”, del nostro illustre( ?! ) concittadino Gigi D’Alessio. No Simone, ti prego, Gigi D’Alessio no. Forse abbiamo dimenticato che le parodie si chiamano così proprio perché pongono l’accento sui maggiori difetti di un personaggio o sulle peggiori caratteristiche di un prodotto artistico. Così è stato: quell’insopportabile modo di pronunciare le vocali trascinandole e drammatizzandole come nella più classica delle sceneggiate di quart’ordine è stato riproposto impeccabilmente, suscitando uno scrosciante applauso (al quale è seguito un nuovo sibilo… stavolta chiaramente causato dalla Tatangelo!) per questa ennesima dimostrazione che definire Simone semplicemente un cantautore, per quanto questo titolo sia più che meritorio, è senz’altro riduttivo.
Parlo di “dimostrazione” perché le risate spontanee e consistenti con le quali sono stati accolti anche gli altri brani citati in “Fabbricante” e la rumorosa, affettuosa partecipazione a tutte le interpretazioni mi ha fatto intuire che molti degli astanti conoscessero ben poco del suo repertorio… e che, come già capitato in altre occasioni alle quali ho avuto la fortuna di prender parte, siano rimasti notevolmente sorpresi dalla sua versatilità espressiva.
Il concerto viene chiuso da “Ti regalerò una rosa” : dopo tanti e tanti ascolti, questa struggente poesia in forma di lettera non smette di prendere l’anima. E il silenzio che cala nel locale, fino a quel momento riempito da un entusiasmo decisamente caloroso (oltre che da un caldo difficilmente sopportabile!!), ne è la più palese delle prove. Il passaggio dal fragore alla partecipazione emotiva intensa ma silenziosa è una caratteristica dei concerti di Simone, e risponde pienamente all’altalena di emozioni sulla quale inevitabilmente si finisce per salire ogni volta che si sceglie di parteciparvi.
L’applauso finale è dei più sinceri, lunghi e forti. Per il nostro CantAttore che non si è risparmiato, ma anche per Raffaele e Gabriele, protagonisti di primissimo livello, due scoperte davvero belle, musicisti eccellenti che hanno vestito splendidamente ogni brano, regalandogli un aspetto del tutto nuovo. Simone ringrazia a più riprese, felice.
Ma non può finire qui, come sempre. “Ti regalerò una rosa” è un irresistibile sprone a chiedere il bis… lo facciamo, a gran voce. Rieccoli in scena… e non sarà per una volta sola. Ebbene sì, stavolta il bis si trasforma in un tris. La seconda volta, richiamati con ancora maggior entusiasmo della prima. Simone è, dopo quasi due ore, logicamente accaldato e stanco, ma non per questo meno disposto a dare il massimo. C’è ancora tempo per “Bastonaci”, corale come fosse un vero canto di chiesa, ma il tono per fortuna è molto meno sacro; per “L’Italia di Piero”, trascinante anche quando eseguita con l’accompagnamento della sola chitarra ; per “Era de maggio”, un omaggio alla nostra città sempre graditissimo ed emozionante.
C’è tempo perché il nostro CantAttore resti sul palco per diversi minuti a raccogliere un applauso che sembra non voler cessare, le grida “Simone! Simone!” da parte di tutti noi, di ogni età; c’è tempo anche per una sua corsetta tra il pubblico, come a voler dire “grazie” a ciascuno… e sono pacche sulle spalle, “Bravo!”, sorrisi a pioggia. Ancora applausi, tanti.
Da parte di noi Slacciati, la felicità autentica di rivedere sul suo volto la soddisfazione di un ritorno salutato da enorme affetto… unita all’orgoglio di ascoltare i commenti di chi era entrato al Mutiny spinto da una curiosità vagamente diffidente, e ne è uscito divertito, commosso, più ricco… sicuramente sorpreso. Dopo lo spettacolo, è il momento delle chiacchiere, dei complimenti, dei saluti.
Mentre la serata continua tra un cocktail e l’altro, in un angolo del locale si crea una piccola fila ordinata. Simone, infaticabile e paziente come suo solito, si rende disponibile per foto, autografi, dediche. Tocca anche a noi, dopo qualche minuto: e questi sono i momenti più preziosi di ogni occasione. Aldilà di note ed interpretazioni che abbiamo imparato ad amare, aldilà di un talento artistico geniale, fantasioso, colto, che emoziona e non stanca mai, aldilà di suoni sempre diversi e sempre affascinanti, c’è Simone. Ci sono il suo sorriso sincero e dolce, la semplicità disarmante, la profonda sensibilità che traspare anche da piccoli gesti, la simpatia contagiosa e mai sopra le righe, l’ironia intelligente e vivace che affonda senza ferire, l’affetto palese e gioioso col quale ci accoglie, sempre.
Guardarlo chiacchierare e ridere e fermarsi a pensare anche solo per un attimo che questo ragazzo, in pochi anni di carriera, ha vinto tutti i più prestigiosi Premi ai quali un cantautore possa aspirare, ha ricevuto complimenti ed attestazioni di stima da parte di “mostri sacri” quali Dacia Maraini, Vasco Rossi, Alda Merini (giusto per citarne qualcuno) e da parte di tanti altri suoi colleghi di grande valore, ha avuto la possibilità di lavorare con artisti con la A maiuscola quali Fiorella Mannoia e Gigi Proietti, ha realizzato progetti di uno spessore che va ben oltre il semplice libro autobiografico o la raccolta di greatest hits… beh, lascia decisamente senza parole. Soprattutto quando poi si considera l’odiosa spocchia, l’inspiegabile arroganza, il vuoto snobismo di quanti credono che basti un minuto di telecamera, magari guadagnato svendendosi al migliore offerente, per meritarsi il titolo di Maestri di vita e d’arte.
C’è chi si accontenta di godere dello spettacolo che un protagonista del Palcoscenico, della Letteratura, della Musica, sa offrire, senza stare a chiedersi se dietro quelle interpretazioni, quelle parole, quelle note, ci siano o meno una testa ed un’anima ricche, autentiche, grandi. Non ho problemi a dire che non faccio parte di questo gruppo, non sono mai riuscita a farne parte. Sono perciò davvero felice d’avere avuto la possibilità di andare “dall’altra parte del cancello”, di scoprire la persona oltre all’artista. E di trovare Tanto. Come me, ne sono certa, tutti i ragazzi Slacciati, di ogni età, che stanno condividendo questo viaggio con me e quelli che sabato sera, dopo il concerto, si sono intrattenuti a chiacchierare con Simone dei suoi prossimi progetti, della calda accoglienza napoletana, del successo di questa nuova sperimentazione, tra abbracci, risate, foto, imitazioni e chi più ne ha, più ne metta.
Arriva ancora una volta il momento di congedarsi… prima che il nostro risalga sul Dodge, ancora abbracci e la promessa di rivederci quanto prima. Salutiamo Stefano e Giampy, gentilissimi come sempre, e ci avviamo verso le macchine. Prima, lasciamo all’hotel le amiche e gli amici pugliesi… anche con loro grandi abbracci, ringraziamenti per aver condiviso una serata decisamente speciale… e un arrivederci a molto, molto presto. Il breve viaggio di ritorno ha, come sempre, il dolce sapore dell’allegria, delle emozioni da lasciar decantare, delle impressioni a caldo. Un sapore che, anche dopo tanti mesi, non perde nell’aria neppure una sola delle sue tante sfumature. Ci salutiamo con grandissimo affetto. Tra noi, ormai, non servono più tante parole. Ed è bellissimo anche questo.
Insomma… la ripartenza non ha certamente deluso le aspettative, anzi, le ha addirittura superate. Simone si è dimostrato più in forma che mai: la lunga sosta, impreziosita dal grande dono che la vita gli ha fatto, l’ha caricato di una energia incredibile, l’ha stimolato e soprattutto l’ha visibilmente arricchito. Di idee, di progetti… ed anche dal punto di vista umano. Quel genere di arricchimento che non si può facilmente descrivere… ma che viene palesemente fuori da gesti e parole, da sguardi e sorrisi.
Quanto a noi Slacciati… ci siamo ritrovati esattamente come ci eravamo lasciati: stessa complicità, stesso entusiasmo, stessa voglia di “sentire”, con le orecchie e con il cuore. Sempre più profondamente convinti che simili viaggi vadano vissuti e respirati pienamente, per la loro unicità e per la loro particolare bellezza, che resterà difficilmente comprensibile a chi si accontenta di piangere, urlare, mandare a quel paese i neuroni e l’anima davanti al primo idoletto da quattro soldi che gli riempia la vita. O a chi è convinto che seguire il percorso umano e professionale di un artista significhi semplicemente trascorrere una piacevole serata di divertimento e relax, che lasciano il tempo che trovano, escludendo qualsiasi possibilità che tale percorso possa andare ben oltre e rappresentare un terreno fertile sul quale far crescere confronti, pensieri, conoscenze. Sul quale crescere, appunto.
Per concludere: ciascuno di noi, come si diceva all’inizio, non è ovviamente in tutto e per tutto il medesimo di sette mesi fa, ma medesimo è il fil rouge che ci unisce, quello profondo, resistente, autentico. Quello che corre fuori dal tempo e non ne conosce l’usura. Quello che, mi auguro davvero di cuore, ci legherà con la stessa forza ancora per tanto. Nell’attesa del trionfale ritorno di Vanda e i suoi Tigrotti, nell’attesa di un nuovo palco e di un nuovo scrigno da aprire insieme…
… semplicemente, grazie Simo, grazie ragazzi… e alla prossima.
ChiaraS
June 2nd, 2008
Dove eravamo rimasti?
[di ChiaraS]
E’ con queste parole che si torna, di solito, a raccontare un nuovo capitolo di una storia interrotta per qualche tempo, ma ben presente nella mente di chi legge. E’ con queste parole che, anche stavolta (ahivoi!), proverò a raccontare le sensazioni e i momenti di una nuova tappa di questo magnifico viaggio, iniziato ormai un anno fa, ma che non per questo smette di sorprendere. Anzi, che sorprende ad ogni tappa, se possibile, un po’ di più.
Le attese, come era ovvio che fosse, alla vigilia erano più grandi ed importanti del solito: così come ci eravamo detti alla fine della ancora oggi incredibile serata del 20 ottobre, il timore che questi lunghi mesi di “sosta creativa” potessero cambiarci, tutti, in termini di esperienze di vita, di rapporti interpersonali, di intensità di un legame alimentato da una meravigliosa abitudine all’incontro che si era fatta mensile se non anche più frequente, era piuttosto presente in noi, anche se alquanto celato.
Un po’ come accade alla fine di una vacanza nel corso della quale si trascorrono 24 ore al giorno con amici con la A maiuscola… ogni momento diventa talmente prezioso che si ha l’impressione sia estraneo al trascorrere del tempo, ma quando l’estate finisce e si sale sul treno, sull’aereo, in macchina, per tornare ciascuno nella propria città ed alla propria quotidianità, pur sapendo che gli affetti sinceri e profondi, proprio perché tali, possono solo crescere e mai scemare, la paura un po’ “infantile” che quegli abbracci dopo un anno non abbiano più lo stesso sapore e la stessa forza viene fuori anche quando razionalmente cerchiamo di spazzarla via. E’ un modo come un altro di dimostrare a noi stessi e agli altri la felicità di una condivisione dalla bellezza più unica che rara.
La serata di sabato ha dato ragione alla… ragione, ed ha rappresentato una ulteriore prova del fatto che questo viaggio non solo musicale ha creato fra noi “compagni d’avventura” qualcosa di stabilmente, solidamente autentico. Che va oltre la geografia, oltre gli impegni, oltre le malinconie ed i sorrisi che costellano le giornate. Ritrovarsi è ogni volta come fermare l’orologio, tirarsi fuori da quelle lancette che girano, segnano, cambiano. Ritrovarsi è ogni volta un essersi salutati solo poche ore prima. Identici sorrisi, identici abbracci, identica voglia di stare insieme, identica volontà di buttarsi alle spalle, anche se solo per qualche ora, la quotidianità con le sue salite e le sue discese. Stavolta, dopo sette lunghi mesi, più che mai.
Stavolta più che mai perché non saremo soli, noi Slacciati napoletani. Ci saranno anche Paddy e Marialaura dalla Puglia. L’idea di salire di nuovo su quel treno fatto di note e di emozioni e di riabbracciare nello stesso giorno gli amici di Napoli, quelli pugliesi e Simone, porta con sé la gioia abituale, ma moltiplicata per cento.
Così, ci si mette in marcia: prima l’incontro con le ragazze di Bari e le loro famiglie in una delle più belle piazze della città, particolarmente affollata a causa dei concomitanti “Trl Awards” di MTV che hanno reso questo sabato pomeriggio decisamente più caotico e colorato del solito. E sono i primi momenti di autentica felicità, accompagnati dall’ormai abituale pizzico di incredulità nel rendermi conto che l’impressione che questi sette mesi siano stati vissuti al di fuori del normale scorrere del tempo non è solo mia. Tante chiacchiere, tante risate, un breve giro turistico mentre si aspetta l’arrivo degli altri ragazzi imbottigliati nel traffico cittadino. Ci si ritrova, tutti, davanti al locale, diverse ore prima che il concerto inizi.
Si prospetta una lunghissima attesa… ma la felicità di cui sopra rende questo dettaglio del tutto trascurabile. Tra foto e battute, resoconti di vita e scherzi, una piccola pizzeria al taglio fino a quel momento vuota che si ritrova assediata ed una spietata caccia alle bottigline d’acqua minerale causa arsura da temperatura africana, il passaggio dal sole pomeridiano al buio serale è quasi impercettibile.
Verso le otto e mezza si vede spuntare dall’altra parte della strada un inconfondibile camioncino bianco e celeste… il tempo di una manovra, e quando il Dodge arriva davanti al Mutiny l’accoglienza da parte nostra è quella delle grandi occasioni: flash che scattano come si trattasse della Papamobile… ma diciamocela tutta, non si può non immortalare un pezzo di storia su quattro ruote così pittoresco!
Ancora più calorosa è l’accoglienza che tributiamo al nostro CantAttore: ed anche questa volta, forse davvero per la prima volta, quel sentore di essersi congedati solo qualche giorno prima, con ancora vivissimo ogni singolo ricordo dell’ottobre 2007, si fa sentire netto. In un forte abbraccio, in un enorme sorriso sincero, in un “finalmente !” sussurrato ma nemmeno poi tanto, si sciolgono tutti i piccoli, sciocchi timori che avevano accompagnato questi mesi di lontananza.
E ci si rende conto, sensazione anch’essa difficile da descrivere, che quella che si ha davanti non è, o meglio, non è più la stessa persona che sembrava essere ai primi incontri, quelli durante i quali la si guardava con un’aria intimidita, impacciata, imbarazzata assolutamente non per sciocca idolatria, ma per quel rispetto un po’ distaccato che si deve a chi si stima conoscendolo da poco, a chi si vuol bene per “riflesso”, come conseguenza di una emozione forte transitata solo attraverso uno schermo televisivo, un pc, un lettore cd. Adesso quello che ci troviamo davanti è un amico, un amico speciale per mille motivi, ma un amico.
Presuntuoso definirlo così, lo so… ma, come mi son permessa di scrivere alla fine del resoconto post-Parioli, alla parola “amicizia”, per me una delle più belle e ricche del mondo, si possono dare infinite accezioni. Una di queste è sentire di poter essere fino in fondo ciò che si è, senza sentirsi né giudici né giudicati, senza maschere né trucco di alcun genere… a maggior ragione se, come nel caso di chi scrive, ci si può fregiare del ben poco meritorio titolo di “persona fra le più timide del Cosmo”. Questa sensazione di assoluto agio, di spontaneità assoluta, è esattamente ciò che si prova quando ci si trova davanti Simone. E tutto ciò ha un sapore talmente autentico, bello, da non sembrare vero, soprattutto se si pensa a quante e quali situazioni ogni giorno ci costringono a vestire abiti che non ci appartengono, a risposte che non ci sono proprie, ad odiosi rapporti, atteggiamenti e frasi di circostanza ai quali rinunceremmo più che volentieri, se solo si potesse. Tutto ciò sorprende come la prima volta, ancora.
Anche Simone sembra davvero felice di ritrovarci lì, così come gli avevamo promesso sette mesi fa. Considerazione banale, ma il suo viso ed il suo sguardo sembrano brillare di una luce diversa. La paternità, il desiderio di rimettersi in marcia, la prova che l’affetto intorno a lui è sempre forte, forse anche la sicurezza che può nascere dal rivedere ancora al suo fianco uno zoccolo duro di Slacciati che se ne sono guardati bene dal lasciarlo solo, gli danno un’aria di evidente, luminosa serenità, che si riflette automaticamente su di noi.
Come se felici non lo fossimo già abbastanza. Si chiacchiera per qualche minuto, qualche foto, da parte nostra due piccoli regali dal sapore di Napoli e poi ci separiamo… lui dentro, con Stefano ed i musicisti, per il soundcheck e l’intervista pubblicata sul Blog, noi fuori a scambiarci impressioni, pensieri, ed ancora risate. Simone esce di nuovo verso le 22, per andare a cena… noi sempre fuori, sempre in piedi, pazienti e stoici nonostante le gambe e la schiena comincino a protestare alquanto vivacemente! Intanto il piazzale antistante il locale comincia ad affollarsi… e la nostra guardia al portone si fa sempre più attenta: vuoi vedere che dopo tre ore di indefessa resistenza qualche furbetto appena arrivato e con lo scatto fresco ci frega pure i posti ? Non sia mai detto…
Alle 22:45 finalmente le porte si aprono… e per noi è, sinceramente, una liberazione! Il locale non è molto ampio ma suggestivo: un palchetto centrale, essenziale; puffs (che dopo tre ore all’impiedi non sono esattamente quello che si definisce il massimo della vita!), sedie di vimini, divanetti, tavolini di marmo su ognuno dei quali è collocata una piccola candela, luci soffuse, una ambientazione avvolgente che strizza l’occhio alla sensualità della cultura orientale e che sembra ideale per accogliere un set musicale acustico. Il gruppo Slacciato, come sempre, è in primissima fila… siamo a pochissimi metri, si potrebbe dire a pochissimi centimetri, dalle casse e dal palco, e da lì le note si apprezzano e si respirano quasi una per una.
Aprono la serata Valerio Sgarra & Le Conseguenze del Bancone, terzetto formato dal solista con chitarra, da un fisarmonicista e da un contrabbassista. Una fusione d’altri tempi tra Paolo Conte, Buscaglione, Jannacci ed un certo tipo di folk spruzzato di arie latine che non smette mai d’affascinare. Bravi, bravi, bravi. Suonano per circa mezz’ora davanti ad un pubblico abbastanza disattento, ma convincono regalando ironica poesia. Queste occasioni riservano spesso graditissime sorprese, come la scoperta di gruppi del genere, con una carriera maggiormente apprezzata fuori dall’Italia che qui da noi, con uno stile che non viene considerato abbastanza “commerciale” per essere pubblicizzato, che devono accontentarsi del famoso pubblico di nicchia, ma che sanno offrire, a chi ha la saggezza ed il buon gusto di non farsi bastare le solite piazze, i soliti nomi, le solite note, momenti piacevolissimi.
Dieci minuti di pausa, durante i quali Stefano, Gabriele e Raffaele sistemano gli ultimi dettagli sul palco e poi si ricomincia. Il locale nel frattempo si è riempito, e lo si avverte dalle voci che salgono… la speranza è che la presenza del bar così vicino alla scena non induca qualche ascoltatore distratto a darsi alla chiacchiera libera infastidendo gli artisti ed il resto del pubblico. Per fortuna questo non accadrà.
Dopo esserci sgranchiti un po’ le gambe anche noi, riprendiamo posto: le fotocamere ben piazzate sul tavolino, come su una griglia di partenza di una gara di Formula Uno, le mani pronte per applausi che non vedono l’ora di essere lasciati liberi dopo tanto tempo… ed una gran voglia di cantare insieme, di ridere, di ritrovare quella complicità e quei battiti sempre uguali nell’intensità e sempre diversi nella forma, che rendono ogni concerto ed ogni spettacolo, a suo modo, indelebile.
Già le prime note dei due eccezionali musicisti raccolgono molti consensi : fin dall’inizio sembra evidente che il pubblico sia curioso, attento e… decisamente caloroso, come questa serata più che estiva. Meglio così! Simone sale sul palco con la sua maschera da tigre… ed inizia una delle performance più belle fra tutte quelle alle quali abbiamo assistito finora.
Quello che va in scena si potrebbe definire il classico cammino del nostro CantAttore fra vita e vite… ma “classico” è un aggettivo che non si addice ai suoi concerti. Dagli arrangiamenti ai monologhi, dalle espressioni ai dettagli, una stessa canzone, una stessa frase, si vestono di abiti ogni volta diversi nel taglio e nel colore. Tagli e colori particolarmente intensi, questa volta. L’organetto ed i suoni elettronici stordiscono ed affascinano, trascinando noi ascoltatori in una immersione continua durante la quale non c’è tempo né voglia di prendere fiato.
(continua)
May 31st, 2008
Resoconto di Genzano - 28/12/2007
Dato che il 28 mattina dovevo essere a Roma per una visita medica, ne ho approfittato per andare a sentire il Racconto di Natale di Simone. Parto alle 5:20 da casa, fuori è ancora tutto buio. Faccio il pieno e prendo l’autostrada. Mio fratello mi ha prestato il Tom Tom dato che non sono esperta delle strade di Roma e non posso far tardi alla visita medica. Ovviamente mi è servito anche per arrivare a Genzano.
Arrivo a Roma verso le 8:20. Alle 9:40 sono già nuovamente in viaggio, destinazione Genzano di Roma. Sul Navigatore avevo inserito l’indirizzo del “Manicomio”. Ore 10:15 ci passo davanti ma dato che è molto presto vado a fare un giretto per Genzano centro. Posteggio l’auto ed inizia la mia passeggiata tra le vie ed i negozi di Genzano. Sinceramente credevo che fosse meno viva come cittadina, sulla strada principale c’era il mondo!!! Mi attira lo sguardo una strada tutta in salita che finisce davanti ad una chiesa. Una strada fatta di san pietrini che mi ricorda tanto il paese di mia nonna anche se li le strade sono più in salita!!! Mi incammino fino in cima e quasi alla fine ci ho trovato un presepe fatto di sagome, ma non di Orazio e Clarabella, come dice Simone nel suo racconto. La chiesa è chiusa e torno giù.
Oggi è proprio una bella giornata di sole. Io continuo il mio cammino alternandomi da un lato ed un altro della strada. Ho notato che qui devono essere amanti di pane, di pizze al taglio e di salumi, ogni 100mt circa c’è un forno, un salumiere e una pizzeria al taglio! Arrivato mezzogiorno, sono andata a comprarmi un po’ di prosciutto, dato che mi ero portata dietro uno dei miei panini senza glutine. Finisco i miei giri tra i negozi, faccio qualche acquisto e vado in macchina a mangiare. Verso le 15:00 dovrebbero arrivare Federica, Danila ed Antonio, quindi nell’attesa decido di dormicchiare un po’. Arriva la chiamata di Feffe, sono all’istituto. Metto in moto e li raggiungo.
Parcheggio e saluto i miei nipotini slacciati come si deve, oggi faccio la zia! Nel frattempo ci accolgono gli ospiti del manicomio e ci iniziano a far domande del tipo: da dove vieni, come ti chiami, c’hai ‘na sigaretta, ‘na caramella, c’hai ‘n’euro ecc.. Tra di loro riconosco qualche personaggio intervistato da Simone per il suo documentario. Parlando con loro ci regalano tanti sorrisi, baci e abbracci. C’è quello che racconta che è più di 40anni che sta lì e che è originario di Udine, un altro che ci saluta perché dice lo dimetteranno presto perché sta bene.
Poi c’è Francesco che ci racconta delle sue origini calabresi e che non va mai a trovarlo nessuno, ma a lui piace andare a cavallo e racconta di quando lo portavano al maneggio a Viterbo. Gaetano, in abbigliamento militare dalla testa ai piedi. Lui ci racconta di come hanno passato il natale, che hanno fatto il presepe e che stanno già organizzando per la prossima pasqua, dice che lui farà il centurione.
Tra una chiacchera e l’altra inizia ad arrivare gente. Arriva anche uno speudo fotografo, che dopo che ci ha fatto mettere in posa, ci scatta una foto con la sua macchina fotografica fatta di carta e garza. Dopo la foto ci ha chiesto anche i soldi. Arriva anche il pittore, che tra una chiacchiera e l’altra ci fa vedere i suoi ultimi bei quadri. Nel frattempo alla mia nipotina Paddy hanno fatto una dichiarazione d’amore! Ma come hai potuto rifiutarla, oggi ormai TI AMO non te lo dice più nessuno!
Aprono il teatro ed entriamo. Ci fermiamo a vedere gli oggetti di terracotta che producono oltre ad i quadri. Per chi fosse interessato questi oggetti li vendono al mercato a Genzano il martedì. Andiamo a prendere posto. Bei quadri creati dai “Matti” grazie al Laboratorio Il Mattone sono appesi ovunque. Nell’attesa iniziamo a preparare l’armamentario, macchina fotografica, cellulari ed mp3. Piccolo problema, i cellulari non prendono.
Si spengono le luci e si ode una cornamusa dal fondo del teatro. Così sono entrati in scena i musicisti e Simone che hanno attraversato tutto il teatro fino a raggiungere il palco. Inizia così cantando il suo Racconto di Natale. Nella fila dietro la nostra c’è un bimbo che scalpita nel grembo della madre non appena sente la voce del padre.
Simone racconta in prima persona il Natale di Giacomino un bimbo tredicenne romano con la sua letterina a Babbo Natale. Nel racconto si parla del nonno Rinaldo che aveva fatto la guerra in Russia e quando tornò a casa aveva le chiappe bruciate dalla neve. Racconta dei Natale di nonna Selene che faceva l’albero di natale coi mandarini, proprio come mi raccontava mia madre che da piccola faceva l’albero con un rametto di un albero di mandarino con qualche mandarino attaccato e qualche caramella. Mia madre non ha l’età di nonna Selene, ma nei piccoli paesini di campagna poco meno di 50 anni fa si usava ancora fare così.
E’ vero quando dice che per Natale le nonne diventano cuoche per tutta la famiglia riunita, perché i nonni sono “portatori sani” delle tradizioni, non solo quelle culinarie. A casa mia purtroppo non si fa perché le mie nonne stanno lontano e perché credo di essere l’unica che ha le nonne che non sanno cucinare bene!!!
Mentre Simone poi racconta del padre di Giacomino miscredente e della madre incinta, io giro per la sala a far foto e tra una foto e l’altra regalo sorrisi e saluti alle persone con cui ho passato il pomeriggio. Giacomino termina la letterina a Babbo Natale mentre la madre ha le doglie e sta per correre all’ospedale. In Giacomino è già presente il ruolo del fratello maggiore ed infatti aiuta la mamma partoriente nel momento in cui, causa guasto alla macchina, sono fermi al freddo, al gelo ed al tanfo di un McDonald’s, con 2 sagome di Orazio e Clarabella che li riparano dal vento.
…Caro Giacomino, il tuo regalo di Natale è lì davanti ai tuoi occhi, abbi cura del tuo fratellino. Babbo Natale (Nonno Rinaldo)…
Finito il racconto tutti a salutare Simone e consegnare regali vari. Vado fuori perché volevo salutare quei simpatici personaggi di oggi ma non ci sono più perché mi dicono che è ora di cena. Avrei voluto fargli una foto per tenerla per ricordo, peccato. Saluto anche i miei Nipotini, ultima foto all’entrata dell’Istituto, vado alla machina, sintonizzo il navigatore su “Casa Base” e torno a casa.
Credo di essermi fatta 650km circa, credo di non aver detto quello che tutto il pomeriggio mi ero preparata di dire, credo di aver mangiato poco, credo che a Genzano sia difficile trovare un gelato artigianale nelle feste natalizie, credo che la voglia di creare coi colori non mi sia mai passata, credo che in macchina devo smettere di cantare perché sono stonata, e credo che questa giornata resterà nella mia mente per sempre!
Al manicomio di Genzano io ci sono stata.
Daniela - Prato

Slacciati a Genzano con Simone

I tre musicisti del “Racconto di Natale”
January 3rd, 2008
Ciao Max, ho scritto un commento sullo spettacolo al Lian che ti metto di seguito. Ciao ciao e Buon Natale!
Maurizia
Nell’atmosfera molto intima del Lian Club di Roma, Simone ha portato il scena il suo Racconto di Natale, un viaggio tra musica e parole nel Natale di oggi e di ieri. Insieme a lui dei bravissimi musicisti: Marco Cignitti con la zampogna, Raffaele Pinelli all’organetto e Massimo Cusato che con percussioni, oggetti e strumenti sottolinea ed esalta le atmosfere del racconto.
Un racconto che racchiude tante emozioni, che viaggia con naturalezza tra ironia e riflessione, con momenti di pura comicità e altri sognanti, toccanti, commoventi. Canzoni e ritmi della tradizione popolare, dal sapore antico come “Tu scendi dalle Stelle” che cantiamo insieme o un ironico Saltarello che affronta temi di attualità.
Il Natale viene raccontato partendo dalla famiglia di Giacomino, tredicenne romano che sogna di sposare Lucilla, la figlia dei vicini di casa, e andare a vivere insieme a lei a Tor Pignattara. Conosciamo il nonno che ora non c’è più e che fece la Campagna in Russia a meno 48 gradi, la nonna e il suo Natale a Rocca di Papa, il papà sessantottino, la mamma incinta discreta, quasi avesse paura di disturbare ma con una grande dignità.
Il Natale assume tante sfaccettature e visioni. E’ il Natale dell’infanzia della nonna, quando i regali li portava solo la Befana infilati nelle calze che i bambini usavano tutti i giorni. Un’arancia, qualche mandarino, dei fichi secchi, del carbone. I giocattoli erano rarissimi e duravano solo pochi giorni. Come la trombetta a righe rossa e gialla con cui poterono divertirsi solo per tre giorni perchè poi si dileguò: si ripresentò puntuale nella calza della Befana i tre anni successivi.
E’ il Natale di Giacomino che odia questo Natale con il suo Babbo Natale inventato dalla Coca Cola, dei regali dell’ultimo minuto, dei panettoni e pandori, dell’Ikea, del dover essere buoni.
E’ il Natale con l’albero con le palle di vetro dell’età del paleolitico, le paleo-palle, maneggiate con cura da tutta la famiglia per cui l’addobbo ha l’atmosfera di un intervento chirurgico. E con il presepe che non ha meno anni con le pecorelle mozzate, Maria senza naso e un Pokemon al posto del bue.
E’ il Natale con le nonne obbligate a preparare manicaretti sotto la minaccia di sparare a tutto volume Marilyn Manson direttamente nel cornetto acustico. Il Natale che riunisce attorno al tavolo tutti i parenti che non vedi da un anno, esattamente dal Natale precedente.
E’ il Natale interrotto dalle doglie della mamma e della corsa verso l’ospedale sulla Panda 45 con poca benzina. Fermi in mezzo al nulla, la moderna stella cometa è la M del Mc Donald’s, e proprio sulle scale deserte nascerà il fratellino tra le sagome della Walt Disney del cavallo e della mucca: Orazio e Clarabella.
E’ il Natale dove i Babbi Natale, quelli veri, sono un centinaio, tutti con contratto a termine, precari pure loro. E’ il Natale dove Giacomino accoglie il regalo più bello, il fratellino su cui vegliare, ma non da solo…
Ancora una conferma del talento di Simone, della sua grande capacità di interprete sia che si tratti di una canzone che di racconto. Ma soprattutto è riuscito a creare uno spettacolo che non diventa mai banale, cosa non facile visto il tema.
Bravo Simone e… Buon Natale!
Maurizia
December 23rd, 2007
Volevo condividere con voi queste emozioni a caldo che ho scritto dopo lo spettacolo al parioli del 19 ottobre… purtroppo non sono riuscita ad esserci il sabato e ad incontrare tutti gli altri slacciati… ma volevo comunicare a Simone ciò che ancora una volta mi ha donato…
“…Torno ora dal tuo spettacolo ed ho ancora impresse nella mente le tue espressioni, le pose, la commozione che hai nel comunicare… commozione che ad un certo punto è diventata anche la mia… Potrei scrivere tanto tanto tanto tanto tanto;) ma ciò che voglio esprimerti è più o meno racchiuso in un immenso grazie…
- perchè su quel palco tu non eri più Simone, eri tutte quelle persone che sono rimaste intrappolate nella sofferenza.
- scivolate nell’oblio, molte si sono dimenticate anche di loro stesse ma stasera hanno avuto in te una voce con cui parlare ed un corpo con cui muoversi, “librare in volo”.
- perchè, in quelle posture rigide e nei movimenti stereotipati che tu hai saputo immedesimare con naturalezza, ci ho rivisto “i miei matti” , che sono per me degli amici, dei modelli, degli “eroi silenziosi “.
- perchè ti sento vicino: hai portato sul palco una denuncia che sento e che sentirò per sempre mia, una piccola battaglia iniziata con la tesi e che caratterizza le mie giornate, i miei discorsi ed il mio modo di percepire le cose… la stessa inquietudine, irrequietezza …la voglia di cercare dall’altra parte del cancello…
Buonanotte, ti mando un abbraccio, che sia il più empatico possibile
“
Lara
November 6th, 2007
Dopo quasi due settimane, i ricordi di questa incredibile serata si sono sedimentati, ma non hanno assolutamente perso il loro contenuto emotivo, come accade spesso quando li si deposita nel cassetto della memoria, e del cuore. Sarebbe troppo difficile racchiudere tutto in una parola, un aggettivo, un pensiero. Però voglio provarci, soprattutto adesso, soprattutto in vista di questa (speriamo non troppo) lunga pausa creativa, che ci terrà forzatamente lontani dagli altri Slacciati e da Simone: sono diventata parte di questo apparentemente irreale ma realissimo viaggio da poco, e molte tappe, ahimè, non ho avuto la possibilità di viverle direttamente.
Qualcuna, invece, l’ho fatta mia, ed ho cercato di “respirarla a pieni polmoni”, senza per questo rinunciare ad osservarne forme, contenuti, scorci. Dopo sabato, credo d’aver capito qualcosa… qualcosa che probabilmente ho sempre saputo, ma di cui volevo fortemente essere certa: tutto ciò non ha nulla a che fare con il seguire, da fan, un artista. Non ha nulla a che fare con i ruoli prestabiliti, forzati, dissennati, che tale percorso impone. Sabato io mi sono sentita amica tra gli amici, fin da subito. E mi sono sentita tale anche con Simone.
Sì, amica. Lo so, questa parola significa qualcosa di molto più grande, più “sacro”, di quanto spesso si voglia far credere significhi… ma mi permetto di usarla, stavolta, nel suo senso più profondo: amicizia è, prima di ogni cosa, sentire di poter essere fino in fondo ciò che si è. Senza maschere, senza timore d’essere giudicati, senza remore, senza muri innalzati dalla timidezza, per quanto enorme (come nel mio caso…) essa sia. Con il rispetto che nasce da un affetto autentico, semplice, che non pretende e che non vuol essere preteso. Con la voglia di condividere, e la certezza di poterlo fare con chi sa “sentire” come te, anche senza bisogno di troppe parole. Con la sensazione di essere legati, in qualche modo, da qualcosa che va oltre una stretta di mano, un sorriso, un “grazie”.
Amicizia, per me, significa tutto questo. E significa sapere che dietro di te, in ogni istante, seppur silenziosamente, seppure a distanza, passo dopo passo, caduta dopo caduta, traguardo dopo traguardo, ci sarà un sorriso VERO ad attenderti. E’ questo che ho letto negli occhi di chi sabato era lì, in teatro, a cena, per strada. E’ questo che leggo da mesi nelle parole di chi non ho ancora avuto il piacere di guardare negli occhi. E’ questo che ho letto nello sguardo e nei sorrisi di Simone. E pazienza se, inevitabilmente, non ci sarà mai la possibilità di una condivisione del quotidiano. Pazienza se distanze geografiche, impegni, scelte professionali impediranno di camminare materialmente fianco a fianco. Vorrà dire che ogni occasione di condivisione sarà ancora più speciale.
La frase “ti auguro di non cambiare mai” non la gradisco particolarmente… non sempre cambiamento significa peggioramento, e nulla e nessuno è talmente perfetto da non poter migliorare. Ma stavolta, con la grandissima emozione che mi nasce dal riaprire ogni volta la valigia dei ricordi della serata del 20 ottobre, e con quel briciolo di timore che accompagna sempre le lunghe attese, dico che davvero spero che quando il viaggio ricomincerà, ci ritroverà, da Simone a ciascuno di noi, identici a come ci ha lasciati. Non nelle esperienze di vita, non nell’aspetto, o in chissà cos’altro, perché sarebbe innaturale, impossibile… ma nella profonda autenticità di quello che ci lega. Qualcosa di unico, di nostro. Che non possiamo permetterci di perdere.
GRAZIE SIMO, GRAZIE RAGAZZI.
Vi voglio bene. A prestissimo.
ChiaraS
November 5th, 2007
[di ChiaraS]
Quello che è accaduto, da quel momento in poi, non credo d’avere le parole giuste per raccontarlo. E, ne sono convinta, non ci riuscirei. I fotogrammi sono nitidi, come quelli di una pellicola cinematografica ad alta definizione… ricordo una infinita teoria di “ragazzi di tutte le età” che camminano in una ordinatissima fila per le strade di Roma, sottobraccio, per mano, in qualsiasi modo, e ricordo a capo di questa fila un giovane Artista, come il Maestro con i suoi studenti; ricordo i visi stupefatti e divertiti dei cittadini romani, che c’indicavano chiedendosi chi fossimo e dove stessimo seguendo Simone; ricordo uno dei camerieri che lo lascia entrare e ci chiude dietro la porta del ristorante, pensando forse che lo stessimo assediando a caccia di autografi e foto; le facce dei commensali seduti all’esterno, quando Max ci prega di entrare; la saletta interna, il lungo tavolo centrale e i due laterali, di fatto un tavolo unico, perché mai come stasera non esiste distanza materiale sufficiente ad allontanarci.
E poi ricordo scherzi, risate continue, battute, scatti col cellulare, bicchieri che si riempivano misteriosamente di Nero D’Avola come fosse acqua, irresistibili vocette da cartone animato, pezzi di focaccia volanti, suonerie a dir poco curiose, autografi sui tovaglioli, fumetti disegnati in spazi cartacei improbabili, tante dediche, appelli improvvisati, brindisi ogni due per tre, applausi fuori contesto, imbarazzanti risposte al telefonino “tramite terzi” (vero Federica?), l’impossibilità di ingurgitare qualsivoglia alimento perché in preda ad incontenibile, meravigliato divertimento, foto fintamente “rubate”, matitone di gommapiuma a serio rischio, “cazzarismo” a piene mani, assolutamente delirante… ma anche discorsi finali carichi di commovente affetto, di gratitudine fuori retorica, di meraviglia di fronte a qualcosa di tanto bello e soprattutto tanto VERO… di desiderio autentico di vivere ancora tantissimi momenti del genere.
Simone prende la parola per ultimo… adesso sì, che è difficile continuare a scherzare, per quanto sia impossibile non farlo. E quello che lo abbraccia, alla fine, è un ulteriore, caldissimo applauso, che va molto oltre il rumore delle mani che battono.
Fuori dal ristorante è una infinita teoria di saluti, ma soprattutto di abbracci. Tra di noi, con Simo. C’è ancora tempo per parole sussurrate, per “grazie” tra malinconia ed enorme gioia, per stringerci forte come a voler portar via con sé, ognuno di noi, una piccola parte di quei cuori, di quei sorrisi, di quegli istanti. Ad un certo punto si fatica a capire chi sia a trattenere chi… ma in una notte come questa non c’è più nulla di cui stupirsi, ormai.
Nonostante siano ormai le due e mezza, Simo non si risparmia, non si sottrae alle nostre “coccole”, e la sensazione che più di tutte ci riempie il cuore è quella che forse anche noi, nel nostro piccolo, siamo riusciti a regalargli qualcosa che lo abbia reso felice. Lo lasciamo andare, perché ci tocca andare. Di nuovo un piccolo groppo in gola. Ma non siamo soli… e i groppi degli Slacciati presenti si annullano l’uno con l’altro tra i sorrisi e le promesse di ritrovarci tutti, quando si ripartirà. Le macchine ci attendono… salutiamo Max, ufficialmente l’Ombra più indispensabile e meno “scura” che ci sia al mondo… gli facciamo promettere che terrà sempre d’occhio Simone… anche per noi. E lo ringraziamo, ancora. Perché, come anche Simo nel suo piccolo discorso ci ha tenuto a sottolineare, ciascuno dei suoi più stretti compagni di viaggio, da Giampi, a Stefano, allo stesso Max, è stato parte essenziale, fondamentale, della costruzione di un mondo così realmente bello.
Torniamo a casa… due ore di viaggio notturno, fino alle cinque e mezza del mattino… due ore di viaggio ancora intrise di divertimento, nonostante la stanchezza. Ancora intrise di incredulità, nonostante le macchine fotografiche ci dimostrino che è stato tutto assolutamente reale. Si parla, si sonnecchia, si ride, si ricorda… e si gioisce di stare portando a casa, ancora una volta, un bagaglio di enorme ricchezza.
continua…
November 4th, 2007
[di ChiaraS]
L’altalena di monologhi e canzoni dondola veloce… fino all’epilogo… la morte, più silenziosa che mai, per queste persone che troppi han finto non fossero mai vissute. Lo sbigottimento per una esistenza che forzatamente ha perso il suo senso. Tommaso ed Emiliano, fortissimamente persone. Da brividi puri. E poi, la speranza… in quel volo di Antonio, che “ci sorprende, di nuovo”… e che ci lascia a domandarci ancora, tra le lacrime che, mai come in questa occasione, non si fanno troppi scrupoli a liberarsi, complice anche il buio “protettivo” della Sala, se non sia effettivamente quello l’unico, paradossale modo di gridare al mondo “Ci sono anch’io…”.
Applausi fortissimi, lunghi, profondamente commossi, ma anche profondamente felici. Soprattutto i nostri.. Accompagnati, ne sono certa, da un unico pensiero comune : ognuno di noi, o quasi, ha avuto la possibilità di vivere almeno una volta la sempre diversa e sempre intensissima emozione che accompagna l’interpretazione di “Ti regalerò una rosa”… in un concerto, in “CIM”, poco importa. Ma guardarsi intorno, e leggere quella stessa emozione negli occhi lucidi ed orgogliosi di chi questo viaggio lo fa da Slacciato, è come guardarsi in uno specchio. Una sensazione difficile da descrivere. Bellissima.
Simone si inchina ripetutamente… e lascia il palco quasi di corsa, non prima di averci dato la possibilità di tributare il giusto applauso anche a Clemente, Olen, Riccardo, Andrea, Valter, sempre impeccabili, e ad Emiliano e Tommaso, francamente straordinari. Impossibile non richiamarlo… e per noi è un invito a nozze. Parte il coro “Fuori, fuori !”, guidato dalle primissime file (strano a dirsi!!!) ma che coinvolge tutto il Teatro. Le luci si riaccendono soffuse, e il nostro Cespuglio finalmente torna in scena, sorridente e felice. Imbraccia la sua chitarra, si accomoda sulla sediolina gialla… e ancora una volta palcoscenico, sipario, solennità, scompaiono.
C’è un artista, di fronte al suo pubblico. C’è un artista di fronte ad un folto gruppo di persone che gli vogliono bene, lo stimano, e che questa sera più sensazioni positive catturano, più ne desiderano. Adesso sì, che è una festa… tra una nota e l’altra, Simo trova il tempo di ricordarci (ahi!), con emozione, che questo sarà l’ultimo spettacolo a Roma per questa stagione… e trova soprattutto il tempo di ringraziare, dal palco, i suoi Slacciati… che si fanno sentire, nonostante il groppo in gola, celato a fatica tra i sorrisi. “Fabbricante di canzoni” è forse il momento nel quale siamo più vicini… ci trascina sulla scena con sé… noi gli rubiamo le battute, e lui ci rimprovera bonariamente.
Il resto del pubblico ride, partecipa, applaude, ancora stupito. Ancora stupito di stupirsi. E’ un fortissimo scambio di energia, di calore, di affetto. E’ ora di andare… Simone apre le braccia, e sembra voler stringere forte a sé l’abbraccio di tutti noi… all’impiedi, confusi ed entusiasti, felici e commossi, pieni. Ancora un lunghissimo applauso, ancora tanti inchini, e sul viso del nostro Cespuglio il velo di commozione si fa più spesso del solito. Non si capisce se sia lui a trattenerci in sala, o noi a non voler lasciarlo fuggire. Ma tant’è.
Il palcoscenico si svuota… la sala, pian piano, anche… e noi tutti, a luci alte, ci guardiamo di nuovo l’un l’altro, senza troppe parole, come a chiederci se i nostri visi sorridentissimi, un po’ rigati, sicuramente soddisfatti, stiano raccontando le stesse, identiche sensazioni. E’ proprio così, non ci sono dubbi. Ancora abbracci con i ragazzi arrivati più tardi, ancora affettuosità, impressioni concitate e “stordite” mentre ci dirigiamo fuori dal teatro. A “raffreddarci” ci penserà, senza remore, la temperatura polare di una Roma a dir poco decembrina.
L’attesa è all’uscita Artisti… alla spicciolata si affacciano Emiliano e Tommaso, ai quali doverosamente andiamo a stringere la mano ed a fare i complimenti, poi Max, poi Andrea e Valter, poi Stefano. Si ride, si scherza, si confrontano opinioni, e si tenta di zittire il vento pungente che, minuto dopo minuto, ci rende sempre più simili ai simpatici pinguini polari. Finalmente, ecco transitare un cespuglio riccioluto… ma non è Simone, bensì una signora!!! Andrea commenta : “I capelli ci avevano tratto in inganno!”… il Cespuglio “original” emerge, quasi come una allucinazione da assideramento, poco dopo… ormai sono coraggiosamente rimasti solo gli Slacciati ad attenderlo… è un unico, grande abbraccio, non solo “materiale”, quello che lo avvolge… lui, come sempre, non si sottrae, con il consueto, tenerissimo stupore.
Regalini, sorprese, le prime foto, e quella di gruppo, con la G maiuscola… una quarantina di teste da far entrare in uno scatto… per la disperazione di Giampi al quale vengono appioppate una ventina di macchinette!!! E’ mezzanotte… e si può dire che la festa, vera, cominci adesso. Con l’annuncio che si andrà a cena tutti insieme. Il modo più bello per dirsi “arrivederci”.
continua…
November 3rd, 2007
[di ChiaraS]
Si ritorna al teatro… ma prima ci corre incontro un altro gruppo di Slacciati… sono volti noti, notissimi, e pazienza se quelli sono i primi abbracci… quello che si sente “addosso” è di essersene scambiati già mille altri… di aver condiviso già tanto… di essere parte della stessa avventura, forse da sempre. Lo si legge negli sguardi, nei sorrisi, nelle coccole, nelle battute… nella voglia di non sprecare nemmeno un attimo di questa serata che di minuto in minuto diventa più piena, più dolce, più intensa.
Davanti all’ingresso, nuovi visi, nuove strette, nuovi sorrisi spalancati… riempiamo il foyer, è una marea di voci festanti, di abiti colorati, di pensieri che si confondono, caoticamente entusiastici… l’attesa cresce, dalla porta chiusa alle nostre spalle si sentono nitidamente le note dei musicisti che provano. Poi tocca anche a loro la meritata pausa… passano Andrea, Olen, Valter… saluti e sorrisi anche con loro, vagamente stupefatti dalla fiumana Slacciata!
Sono le 21, finalmente si entra… il celebre Teatro Parioli è piuttosto piccolo di dimensioni, ma ciò non toglie nulla al suo prestigio… il fascino incredibile delle poltrone rosse, del palco di legno, del sipario, poco ha a che fare con la metratura. Ed è, inevitabilmente, emozione. Prendiamo posto… tutti vicini, come previsto… ad un passo dalla scena… ancora foto (rigorosamente senza flash… le maschere prendono molto seriamente il loro ruolo di “controllori implacabili” !!!), ancora chiacchiere. Scorgiamo in platea Mariella Nava e Pino Quartullo… fa sempre un certo effetto pensare che in qualche modo ci possa essere uno scambio, seppur solo a livello emotivo, tra colleghi artisti. Arriva il momento di cominciare….
… gli sguardi fissano, attenti, la scena. Le luci si abbassano… per poi rialzarsi come un velo leggero e suggestivo. Sullo sfondo i musicisti, in primo piano una panchina, una valigia, la sediolina gialla. Eccolo, Simo… lui, il suo abito da postino, ed il carretto pieno di lettere, di parole, di pensieri, di disperazione, di speranze. Quello che ha inizio è un vero e proprio cammino fra i sentimenti più autentici di persone alle quali era stato fatto istituzionalmente divieto di provarne. Ed è un cammino di un realismo che in più punti sbigottisce, prendendo profondamente non solo al cuore, ma anche allo stomaco.
Lo stile è asciutto, essenziale, come necessariamente deve essere uno spaccato di vita vera. Le caratterizzazioni sono assolutamente magnifiche : i due attori, Tommaso ed Emiliano, danno vita a due personaggi-non-personaggi… ogni singolo gesto, ogni loro espressione, fosse pure un battito di ciglia, ogni respiro, ogni parola, non riescono a lasciare indifferenti neppure volendo. Il palco stesso, dopo pochi minuti, sembra quasi scomparire… non esiste finzione scenica, non esistono trucchi. Solo persone, con il loro dolore, la loro esistenza con la e minuscola, le loro voci che restano silenzi, anche quando gridate.
Simone, dal canto suo, lega i vari momenti ed i vari dialoghi riuscendo a mescolarsi alla perfezione con dei professionisti della recitazione… e moltiplica i sentimenti in scena con il magico potere delle note. Francamente struggente “La risposta” in apertura di spettacolo… sussurrata, quasi soffiata nell’aria… come se volesse entrare, sottoforma di vento, in ognuno di noi, suggerendoci con leggerezza ed intensità dove dovremmo cercarla. Altrettanto struggente, a mio parere personale la punta artisticamente più alta, l’interpretazione de “L’uomo coi capelli da ragazzo” di Fossati… gesti delicati, carichi di un affetto timoroso, incerto, carichi di una paura malcelata, di un senso perenne di equilibrio instabile, sintomi inevitabili di un disagio troppo spesso più provocato che sentito.
Simone gioca molto con la sua voce, come gli abbiamo visto e sentito fare molte volte, ma questo non vuol dire che al momento giusto, come in questo caso, non sappia dosarne precisione, calore, intensità. E regalare tre minuti di autentica poesia.
Non mancano, a spezzare la tensione emotiva, le occasioni per sorridere, che vengono dai tragicomici e surreali siparietti con gli altri due attori… può sembrare strano, e soprattutto fuori posto… ma il meccanismo ilare che alcuni istanti dello spettacolo innescano non è assolutamente disomogeneo, rispetto alla componente “drammatica”. Insomma, non si ride DELLA follia, ma PER essa… per quelle barriere che crollano, quando non c’è più la fredda ragione a fare da filtro… per quei pensieri che scivolano via dritti filati, come nei bambini… e anche in questo caso la musica di Simone si fa protagonista tra i protagonisti… lasciandoci a bocca aperta quando “I will survive” spunta a colonna sonora tra le parole di una delle lettere.
Drammatico e comico sembrano fare a cazzotti… il pubblico si lascia trascinare entusiasta e si stupisce, positivamente, dei bruschi cambi di registro nell’ambito di uno stesso pezzo. Ma in quel racconto di vita, non sono ammessi sentimenti compartimentati. E allora ben venga anche il “folle ballo” dei tre sul finale della canzone. Un momento di libertà. E, chissà, forse anche di gioia.
continua…
November 2nd, 2007
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