Appunti slacciati di viaggio (3)

segue da qui, la sintesi emotivo-mnemonica

sf3Parliamo con Gabriele ed Elisa mentre Simone e gli altri mangiano poco distante da noi, sotto il tendone. “Immagina una musica fatta di una sola nota prolungata, mantenendo sempre lo stesso volume sonoro”, dico in preda a fumi di un alcol mai ingerito, visto che non ho bevuto nemmeno un bicchiere di vino. “Immagina poi la stessa nota spezzata da intervalli diversi di pause, senza alterare altro, nemmeno il volume. Questo è un esempio di creazione di quel salto emozionale di cui ti sto parlando”.

Per fortuna di Gabriele arriva Simone, risparmiandogli il seguito dei miei deliri su musica ed emozioni. Simone si divide tra noi ed il piccolo Tommaso, un bellissimo bimbo, vivace e tutt’altro che provato, pare, dall’ora già molto tarda. Simone con in braccio suo figlio sembra acquisire una tranquillità e sicurezza nuova, una di quelle che solo un padre può provare. Ne approfittiamo per la foto biennale del trio, quella che vede ritrarre me e Matteo con al centro Simone ogni estate ed ogni due anni, dal 2005 ad oggi. E’ quindi la terza di questa curiosa e breve serie. Questa volta è Luciana a scattare la foto, e non è l’unica novità di rilevo rispetto alle altre due foto.

Luciana è, da brava fotografa, una attenta osservatrice. Io lo so, e forse lei non sa che di tanto in tanto la seguo con lo sguardo cercando di capire quale retino usi per catturare le farfalle che ognuno di noi tiene gelosamente per sé. Ma è davvero brava, e riesce a “fregarmi” quando poco dopo aver abbracciato Simone per salutarlo sento un click. Per un attimo ho avuto la sensazione di quei Masai del Kenia che non vogliono farsi fotografare perché temono gli venga rubata l’anima. E chissà che anima ha colto, Luciana.

Dobbiamo ora risalire l’intestino ripido per ritornare all’auto, parcheggiata lì sù, in alto. E’ come davvero fossimo scesi in una miniera, penso. Il racconto potrebbe continuare, così come continueranno le date di Simone, in giro per l’Italia con il coro dei minatori di Santa Fiora. Mi accorgo però che rischierei di stare troppo ai bordi di un concerto che ho scelto di raccontare da un angolo visuale già fin troppo personale. Ed allora mi fermo qui, lasciando aperto il finale, che è anche quello da immaginare. Esattamente come il concerto al quale non ho assistito. O forse sì?

Max

  • bel racconto Max, mi sarebbe piaciuto poter rimanere fino alla fine, ma dato che l’ora della sveglia si avvicinava ed il mio boy aveva voglia di fare troppo “il simpatico” è stato quasi meglio sparire nell’ombra…
    vediamo se il 14 riesco a far nottata.. ;)

  • Ma esisterà poi, davvero, un “troppo personale” se il racconto di emozioni profonde si trasforma, inevitabilmente, nel racconto di un po’ di sè ? Grazie Max… spero capitino presto nuove occasioni che ti portino a vestire i panni della “voce fuori campo”. ;)

  • Grazie a voi, per la paziente lettura. Ciao!

You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed.