Io a Catania, c’ero!

May 14th, 2007 posted by: Max

Sono le 17:50 circa. All’interno dell’auditorium De Carlo immagino che la proiezione del documentario “Dall’ altra parte del cancello” stia terminando o sia appena terminata, io, a piedi, faccio strada a una macchina che avanza all’interno del cortile della facoltà di Lettere. Gli studenti in pausa, in giro per il cortile, si passano una voce: “c ’è Cristicchi, c’è Simone Cristicchi, in quella macchina!, cristicchi, cristicchi ….”.

Simone e il suo valido compagno di viaggio, Stefano, scendono dall’auto mentre i giornalisti “d’assalto” li assalgono nel vero senso della parola. Si demandano le interviste a fine dibattito, così Simone riesce a entrare in auditorium. La prof. Seminara sta intrattenendo il pubblico parlando di Simone, del suo progetto e Simone, con la delicatezza che lo caratterizza, quasi non vorrebbe disturbare interrompendo. Ma la prof. appena girato lo sguardo verso l’ingresso si zittisce e annuncia: “ecco Simone Cristicchi”. Nell’acclamazione generale, Simone prende posto.

Assolutamente disponibile al dialogo: ha alle spalle una giornata di viaggio in autostrada, Foggia- Catania (con tanto di traghettamento, ovviamente) eppure è lì, o meglio sono lì (lui e Stefano), puntuali, sincroni al programma dell’incontro. Nessuna lunga attesa da grande star, solo tanta umiltà e umanità. Simone ci tiene a premettere: “Per essere qui puntuale sono partito questa mattina alle 8:00 da Foggia, e sono contento di essere qui con voi adesso”.

Il dibattito si snoda fluidamente. Si intavola una chiacchierata che tocca vari punti. Simone ci racconta del momento che più lo ha emozionato durante le riprese del documentario, ossia la vista delle cellette di contenzione del manicomio di S. Niccolò a Siena. Delle divise misura “o piccola o grande” che mettevano ai matti: “Se eri un po’ più grasso te le dovevi fa’ andare bene lo stesso”. Dei marchi apposti su queste divise: O.P.V. (ospedale psichiatrico di Volterra) che contribuivano a spersonalizzare le persone che venivano ricoverate. Perdita dell’identità e omologazione come contrappasso per chi è fuori dal coro. E ancora, ci spiega la scelta sua e del regista di spegnere la camera dinanzi alla commozione dei “Matti” che rievocavano l’esperienza dell’elettroshock: “Solo i sorrisi abbiamo scelto di lasciare… che di lacrime già ne vediamo troppe in TV”.

Tra le ultime battute, Simone ci racconta dei suoi due anni e mezzo da universitario: “Ho fatto il Liceo classico e poi Lettere indirizzo Storia dell’Arte”. Della burocrazia, delle attese interminabili, dei prof. sempre assenti per motivi vari; destinati a rimanere misteri del cosmo, aggiungo io. Noi studenti, naturalmente, sappiamo bene a cosa si riferisce Simone, ci intendiamo al volo, infatti la sala scoppia in un applauso di solidarietà e sostegno. E poi ancora ci parla delle lettere e delle storie pubblicate nel suo libro, e recitate nel suo spettacolo teatrale.

Il tempo scorre senza accorgersene. E’ già passata più di mezz’ora, dobbiamo “liberare” Simone, anche se proseguiremmo volentieri a oltranza. Un vero tour de force attende Simone: dalla facoltà al teatro per il C.I.M. Il rito degli autografi, le interviste delle varie emittenti locali rallentano la sua tabella di marcia. E così si tenta di rubare, contro il tempo, un saluto, una foto… Le prof. che hanno preso parte al dibattito, entusiaste, confessano di essere rimaste piacevolmente sorprese dalla gentilezza e delicatezza di Simone. Alle 18:50 circa Simone lascia l’auditorium. Prossima fermata teatro Metropolitan.

Sono le 21:25, mi affretto verso il teatro, temo di essere in ritardo. Per fortuna in sala le luci sono ancora accese e il sipario è chiuso. Davanti a me c’è una famiglia, una bimba di tre anni siede sulle ginocchia della mamma e sento che canticchia insieme al padre i primi versi di “Senza” . Le luci si spengono, si apre il sipario: “l’orchestrina dei matti” ( come ironicamente l’ha chiamata Simone, dato che Desirèe Infascelli, Olen Cesari, Davide Aru e Andrea Rosatelli indossano dei camici manicomiali). Simone avanza sul palco nel buio. Solo la luce fioca della lanterna che regge in una mano, mentre nell’altra regge una valigia. Simone, sulla sua sedia gialla, accanto a un televisore fuori uso, ci narra di Giovanni, di Gerardo, e ci canta della “Morlacca” di una sempre più nota e diffusa “Laureata precaria”. Declama, su un motivetto anni ’30, le regole del manicomio. I divieti e le misure perché le celle fossero a norma.

A proposito di regole, ci illustra gli ingredienti per una “canzone perfetta”in “Fabbricante di canzoni”, e il pubblico si lascia coinvolgere nel completare le frasi di noti pezzi prefabbricati. Ci regala autentiche emozioni con “Legato a te” e “Angelo custode”, con i fotogrammi del documentario che passano sullo schermo alle sue spalle:l’incontro con Alda Merini e il segreto della polvere… che non va tolta dalle ali della farfalla.
Lo spettacolo si conclude, Simone ci ha già regalato anche il bis. Tutti, grandi e bambini, in piedi, lo avvolgono in un applauso che non accenna a finire. Sono fuori allenamento, mi fanno male i muscoli delle braccia, ma continuo a battere le mani.

Un flusso di macchine fotografiche si dirige verso i camerini. Aspettiamo Simone per un saluto al volo, nonostante l’insofferenza della signora del teatro, che vorrebbe chiudere, e inutilmente tenta di farci lasciare il corridoio. Mentre attendo mi guardo intorno: la porta di emergenza è aperta, vedo Stefano che sta sistemando le ultime cose nel bagagliaio. Sarà esausto, così come i musicisti e come Simone, immagino. Ma nessuno di loro fa pesare al stanchezza post-viaggio e post-concerto.

Si apre la porta del dietro le quinte e Simone si lascia inondare da una processione disordinata. Io, che sono in coda, non lo vedo più. Simone si è seduto per terra, su un gradino e pazientemente non nega a nessuno una foto, un autografo. Il signore del teatro, con la solita ironia catanese, affretta i tempi: “Prego, signori, se avete avuto il servizio completo uscite, prego”.

Arriva il mio turno, o forse non ancora. Alla signora che è prima di me si è inceppata la macchinetta digitale. Ci riprova, scatta. Poi succede la stessa cosa alla mia, anche se non è digitale; sarà che pure le macchine si emozionano alla vista di Simone! Ma Simone con la sua semplicità e comprensione invita mia sorella dietro l’obiettivo: “premi , premi il pulsante per qualche secondo”. Scattata! “Grazie Simo, alla prossima”. Per la gioia dei signori del teatro due in più che escono e due in meno da mandare via. Usciamo. Mi giro un’ultima volta… Buona notte.

Maria Luisa

PS - La seconda foto è di Rowy

Postato in: Io c'ero!

7 Commenti Aggiungi il tuo

  • 1. Matteo  |  May 14th, 2007 at 10:54

    Bellissimo resoconto! Ci hai fatto partecipare in pieno ad un’intensa giornata con Simone. Grazie! :-)

  • 2. ChiaraS  |  May 14th, 2007 at 10:56

    Ancora semplici, dolci e al contempo forti emozioni, ancora conferme, ancora Simone… grazie Maria Luisa…

  • 3. Ivana - Ivv  |  May 14th, 2007 at 12:18

    ma lo vogliamo fare un applauso virtuale anche al Road Manager che ce lo porta ovunque?!

  • 4. lunablu81  |  May 14th, 2007 at 13:45

    Grazie Maria Luisa è un bellissimo resoconto. Mi è piaciuta tanto la parte in cui Simone ha parlato della realizzazione del documentario. Riesce sempre a sorpendermi la sua sensibilità, anche se ormai dovremmo esserci abituati!

  • 5. Mara  |  May 14th, 2007 at 20:54

    Mi associo a Ivv anche perchè ieri alla fiera del libro ci ha aiutato nn poco ad avvicinarci a Simone che come sempre è stato unicoooooo

  • 6. Anonymous  |  May 14th, 2007 at 22:26

    Anch’io c’ero al Metropolitan(purtroppo mi sono persa l’incontro pomeridiano)!Mi sono emozionata tantissimo:ho pianto,ho riso,ho scoperto le mie reazioni alle cose raccontate dalla prospettiva di Simone…Grazie Simo!

  • 7. Maria Luisa  |  May 14th, 2007 at 22:32

    Grazie ragazze/i!
    Il merito sta tutto nella “materia” di cui ho scritto: Simone (e il suo staff).
    Sono felice di avervi potuto trasmettere il racconto di una sua giornata.
    Maria Luisa

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