Io al pre-CIM di Napoli, c’ero!
Niente CIM. Purtroppo ne ero certa già da qualche giorno. Non mi restava che aspettare le date del Tour musicale per sperare in qualche tappa “fattibile”. E invece… la bellissima sorpresa dell’incontro in Facoltà… la mia Facoltà. Perdere questa occasione sarebbe stato davvero imperdonabile. Parte lo scambio di mails con la preziosissima Olga, Slacciata/organizzatrice perfetta… e nasce quel piccolo vento di ansia e di emozione che accompagna inevitabilmente ogni attesa di qualcosa di speciale.
Sono in Facoltà dalle 9:30, l’Aula Magna è pronta in tutta la sua eleganza e bellezza, anche se ancora “fredda”, ad accogliere il Cespuglio PensAttore… alle dieci l’incontro con Olga… i posti riservati nelle primissime file… le poltrone verdi che si riempiono man mano, il vociare che sale, gli studenti che chiacchierano e aspettano, stringendo tra le mani il libro di Simo, o i suoi cd. E l’agitazione, inutile nasconderlo, cresce di pari passo con il brusio. Alle 11:15 comincia la proiezione del film/documentario. Simo non c’è. I docenti deputati a moderare il dibattito, neppure. La cattedra è viva solo grazie alla presenza di microfoni, anch’essi in apparente attesa di una voce che dia loro un senso. La proiezione inizia in religioso silenzio. Poi qualche commento sottovoce, qualche sorriso di tenerezza, intrattenibile commozione.
Ore 12.10: il passaparola tra organizzatori e studenti riferisce di un Cespuglio imbottigliato nell’infernale bolgia dantesca del traffico napoletano. Si attende ancora, e le immagini, ormai familiari ma non per questo meno struggenti, degli sguardi sommersi dei Matti, le loro parole, il loro dolore, il racconto di un insopportabile buio della nostra storia, continuano a scorrere sullo schermo. Finale. “Ti regalerò una rosa”. C’è fermento, improvviso.
Un fermento giustificabile solo con la conferma dell’arrivo di Simo. I ragazzi in sala canticchiano. Canticchiamo tutti. E, nel frattempo, sfoderiamo le macchine fotografiche come spade luccicanti. Il cuore comincia a battere un po’ più forte, ma meglio fingere di non dargli ascolto.
“..sorprenditi di nuovo perchè Antonio sa volare..” … la porta che fiancheggia lo schermo si apre. Ecco i professori. Le luci si accendono. Ed eccolo, Simone. Applausi caldi ed affettuosi da parte di un’Aula Magna non gremitissima ma molto rumorosa… e di un pubblico di studenti, quelli di Medicina, per consuetudine classificati come distaccatamente “snob”. Parte l’assalto dei fotografi, che affollano la zona della cattedra. Strette di mano, il sorriso dolce di Simo che ringrazia intimidito.
Presenti il Preside della Facoltà di Medicina e, alla destra di Simo, un professore con la P maiuscola, Sergio Piro, rinomatissimo psichiatra, tante battaglie al fianco di Franco Basaglia, luminare e uomo di rara, commovente semplicità. Una semplicità che affascina ed al contempo mette soggezione, se si considera quanta sproporzione spesso esista tra una spocchia smisurata ed un nullo valore umano. L’introduzione del Preside, la presentazione che Olga fa di Simo e del suo progetto. Un prezioso regalo che la Facoltà porge al CantAttore, un libro di antiche stampe di Domenico Cirillo, illustre medico napoletano dalle idee illuminate e dalla profonda sensibilità. Piro, con affettuosissimo trasporto, elogia ripetutamente Simo, il suo progetto,la sua umanità, la sua sincerità, e un silenzioso Cespuglio incassa quasi intimorito dalla grandezza della fonte dalla quale quegli elogi originano. Saranno solo i primi di una lunga serie. La struggente lettera del Manicomio di Volterra, che Simone recita, sospende l’Aula in un silenzio alquanto irreale. Applauso scrosciante, anche da parte dei professori seduti al suo fianco.
Comincia il valzer degli interventi. Piuttosto “anomalo”, se così lo si può definire. Ma di una intensità che mi porterò dentro per molto tempo. L’Aula Magna della Facoltà di Medicina della Prima Università di Napoli diventa un enorme megafono che regala amplificazione a voci soffocate da anni di delusioni, dolore, solitudine. Le voci di genitori di giovani con disturbi mentali, abbandonati a se stessi da una Regione troppo colpevole e troppo impegnata a tutelare i propri interessi economici. Le voci, stentoree eppure mai urlate, dei rappresentanti delle varie Associazioni di volontariato, che si prodigano, in modo autonomo e spesso senza alcun sostegno, per riportare dignità e decoro dove la vita sembra essere ormai una parola vuota. La voce che rompe la commozione commuovendo, quella di una ragazza disabile che si è fatta accompagnare per riuscire a salutare Simo, seppure solo dall’alto della balconata. La voce di un giovane psichiatra e di una professoressa, che chiedono medici meno scienziati e più uomini.
Simone, consapevole del peso, del valore, della gravità di ognuna di queste voci, fa il miglior gesto che si possa fare. Ascolta. E riflette. In questo clima sospeso tra dolorosa realtà e vago senso di impotenza, da parte di queste stesse persone tanti “grazie” sussurrati, tanti complimenti sinceri ( che, a mio modo di vedere, valgono mille volte di più che qualsiasi premio assegnato dalle “giurie di qualità”, più di qualsiasi critica musicale positiva o meno ), tante richieste di non mollare, di non lasciar spegnere la luce, di continuare a camminare coraggiosamente nella stessa direzione. Simone ringrazia con lo sguardo e con il sorriso. Non servono parole. Anzi, qualcuna sì : “Sono ben felice di aver potuto oggi, anche solo attraverso la mia presenza, dare una voce a queste persone che non ne hanno mai avuta una”. Questo è Simone.
Non c’è solo denuncia ed amarezza, però, in questa mattinata napoletana. Ci sono anche tante domande, da parte degli studenti, sul progetto, sull’esperienza umana, sul cammino, sulle modalità per avvicinarsi al mondo della malattia mentale attraverso il volontariato. Ma si parla anche di musica, di ispirazioni, di rapporti con gli altri cantautori. E non manca la domanda pungente : “Perchè secondo te, cantautore impegnato, la canzonetta vende ancora così tanto ?”, partendo dalla constatazione che “Vorrei cantare come Biagio” è diventata un tormentone pur essendo, di fatto, una canzone di denuncia. La risposta è sagace, e non potrebbe essere altrimenti : gli spazi mancano, si ricorre all’imitazione becera di modelli più noti. Ma non per tutti è così. C’è da essere orgogliosi se si riesce a non piegarsi alle logiche del mercato facendo violenza a se stessi ed al proprio modo di fare musica. E… se ci sono ancora “canzoncine d’amore smielate che vendono milioni di copie”… e se questo accade anche al signor B.A. … beh, “allora proprio non me lo so proprio spiegare !” . Ovazione da stadio.
Le ore scorrono, l’incontro si conclude, Simone non riesce ad esibirsi per mancanza di tempo. Come quando lo starter fa partire il colpo e dà inizio alla gara, così il nostro Cespuglio non fa in tempo a ringraziare e ad alzarsi dalla sedia, che subito una massa umana di proporzioni simili alla discesa dei Lanzichenecchi gli si riversa addosso, sommergendolo di fogli da autografare, di foto da scattare, di iniziative da sostenere.
Simo, ovviamente, non si tira indietro. Ed anzi accoglie con consueto, dolce imbarazzo questo ennesimo bagno d’affetto da parte di “giovani” di tutte le età. Per quanto mi riguarda… giusto il tempo di professarmi Slacciata, di un sorriso, di un piccolo abbraccio “in punta di piedi”. La filosofia della “gomitata accaparratrice” non mi appartiene. Per un autografo, una foto insieme, non mancherà occasione. Oggi ho avuto abbastanza.
Ho toccato con mano un grande dolore, sì, davvero grande, del quale non immaginavo neppure lontanamente l’entità, e di fronte al quale mi sono sentita, decisamente, piccolissima ed inerme. Ho capito che forse dovremmo imparare a dare il giusto valore alla nostra fortunata vita, accantonando la forma e servendoci della sostanza per rimboccarci le maniche e sentirci meno inutili. Meno impotenti.
E poi… già, poi… ho avuto la conferma più assoluta di quanto Simone sia una eccezione di rara preziosità. Davanti ad una platea sicuramente non semplice, al fianco di professori degni come pochi di questo titolo, Simone non dà lezioni di vita ( ” Mi mette molto imbarazzo sedere dietro a questa cattedra”, è stata la sua prima frase appena arrivato in Aula ), non si sente portatore di verità assolute solo perchè personaggio noto. Non ha bisogno di alzare la voce, nè di spettacolarizzare le sue parole. Non si serve di stereotipi, non sfugge il confronto, in qualsiasi direzione esso lo porti. Non ha paura di esporsi, di farlo con convinzione ma con equilibrio. Mai una risposta che non sia stata preceduta da qualche riflessivo istante di silenzio… è stata questa una delle immagini che mi ha colpito di più: dopo ogni domanda, Simone stringe tra le mani il microfono, tace per qualche secondo, con lo sguardo abbassato. Poi, parla. Già, riflette prima di parlare… sembra strano sorprendersene… ma è inevitabile. Non sono così tanti a farlo.
Ma Simone sorprende, continuamente : sorprende perché è umile, sorprende perché le sue parole a bassa voce fanno un gran rumore, sorprende perché è essenziale, diretto, come un raggio di sole che ti colpisce in pieno viso. Sorprende perché veste di semplicità alla ricchezza del suo animo. Sorprende perché costringe chi lo ascolta a non dimenticare neppure per un attimo che la malattia mentale è una malattia di PERSONE… che tali sono e tali DEVONO restare. Sempre. Sorprende perché ancora oggi sembra sorprendersi di tutto l’affetto, la stima, l’interesse che è riuscito a calamitare intorno a sé ed al suo progetto. Un progetto coraggioso, affascinante, straordinario nella sua forza emotiva e nei suoi intenti. Del quale Simone parla non da protagonista, ma da semplice latore di un volto, uno sguardo, una parola… volti, sguardi e parole finora chiusi in un polveroso cassetto, come stracci vecchi da dimenticare. Quasi sfuggendo i suoi meriti. Simone sorprende perché non si risparmia. Perchè sa ancora arrossire. Perché sa pensare. Perché sa parlare con grande profondità, ma sa anche ascoltare in silenzio. Perché non ha perso di vista se stesso. Ma non ha abbassato lo sguardo curioso, attento, intenso, sul mondo intorno a lui.
Ho letto, ahimè, diverse volte in questi ultimi due mesi i commenti di specialisti, di giornalisti, di “espertoni”, di Tizi d’ogni risma, che hanno parlato di “impreparazione”, da parte sua. Imperdonabile impreparazione “scientifica” nell’affrontare un tema del genere. No. Grosso, stupido errore. Simone non è uno psichiatra, non è un medico, né un infermiere, né un professore. Ma Simone è un uomo, ed è un artista. Di straordinaria sensibilità ed autenticità. E, come ha sottolineato il professor Piro, la scienza si apprende. Ma l’umanità non è scritta su nessun tomo, per quanto aggiornato possa essere. E può portarti a dare agli altri molto più di una tecnica sterile e senz’anima. Non vedo l’ora che sia ancora emozione, magari questa volta accompagnata dalle note. Ma nel frattempo… solo grazie, Simo’.
ChiaraS
12 comments May 10th, 2007
Mentre sono in fila verso il camerino sperando di poter anche solo salutarlo, mi vengono in mente tante cose da chiedergli, ma quando me lo ritrovo davanti, dolce e sorridente, riesco a malapena a mormorare “Come stai? Come è andato l’incontro di stamattina? Sai, è la seconda volta che ci incontriamo!” Poi si accorge che io e Guido abbiamo in mano le matite e il suo sorriso diventa immenso!!! Gli dico che purtroppo non ne ho viste altre, ma lui mi risponde: “Tranquilla, vedrai che aumenteranno!” Infine, indicando il libro che ho in mano, gli racconto che una settimana prima ho compiuto gli anni e me lo sono regalato…. lui comincia a scrivere sulla prima pagina una dedica lunghissima, e alla fine mi fa: “Ti ho scritto un poema, ma non ti ho chiesto la cosa più importante! Come ti chiami?” Mi vien da ridere e glielo dico… c’è il tempo per un bacio e un saluto, e andando via, gli dico: “Simone, penso di scrivere un resoconto di questa bellissima serata, pensi che Max lo pubblicherà?” Lui mi guarda e mi dice: “Come no, gli fa piacere, anzi tutte LE slacciate aspettano con ansia i racconti di tutti!” (E non gliene vogliano GLI slacciati…;-) E allora, mie carissime, dedico a voi questi miei pensieri disordinati, e sono sicura che anche con le mie incertezze saprete leggere tra le righe tutto quello che le mie parole non hanno saputo raccontare…