Ore 17.10. Scendo dall’autobus e sono subito nella Feltrinelli. All’entrata non c’è molta gente e mi illudo di essere ancora in tempo per prendere un buon posto. Invece… scendo le scale e c’è già una quarantina di persone davanti ad una porta chiusa!!! Vabbè, mi metto in fila e aspetto… Ma più passa il tempo più aumenta la gente “furba” che ci scavalca dai lati. Alle 18 le porte sono ancora chiuse, e la pazienza inizia a cedere il passo al nervosismo. La paura è quella di non riuscire ad entrare, e per un pelo non diventa realtà: giunta sulla soglia il ragazzo della security mi dice che c’è già troppa gente. Noooooooo non è possibile!!! La direttrice della libreria però si impietosisce (o forse si rende conto di avere qualche responsabilità) e mi fa entrare!
Ho appena il tempo di farmi spazio che Simone prende a parlare. E subito capisco che questo ragazzo è speciale. Inizia a raccontare alcuni episodi legati alla sua esperienza negli ex manicomi italiani; poi recita “Lettera da Volterra”, e mi commuovo…
L’intervista continua. Esilarante (e, per l’interpellato, imbarazzante) la domanda che ad un certo punto Simone rivolge all’intervistatore: “A te quale canzone è piaciuta di più?” Un attimo di silenzio, si vede che lui non se lo aspettava, e poi risponde: “Legato a te”. Simone la canta, e mi commuovo ancora…
Poi è la volta della proiezione di un estratto dal documentario “Dall’altra parte del cancello”. La frase di Basaglia che apre il filmato mi colpisce molto: “… la società, per dirsi civile, dovrebbe accettare tanto la ragione quanto la follia”. Ma come accettare la follia? Come fare a non aver paura dell’imprevedibilità delle azioni (e delle reazioni) dei Matti? E’ questo che chiedo a Simone, finita la proiezione. E lui, con il suo sorriso sereno, mi risponde che è normale avere paura, ma non si può fingere di non vedere quello che ci circonda. E mi racconta un episodio che gli è accaduto in Calabria, nel “Paese dei Matti”: un signore che prima gli chiede due euro e poi torna per offrirgli un caffè. E quest’aneddoto è per me una risposta che vale più di tante parole.
Molti altri gli rivolgono delle domande; mi colpiscono soprattutto i tanti addetti ai lavori (psichiatri, psicologi, educatori) che lo ringraziano e gli chiedono di fare ancora qualcosa per loro. E poi c’è chi lo conosce da tempi non sospetti, chi sdrammatizza, chi gli fa i complimenti… Sono tante le persone che ti vogliono bene, Simone, e te lo meriti tutto, questo affetto…
Finito l’incontro c’è ancora un’ultima missione da compiere: farmi firmare il libro. Dopo un’altra fila, finalmente sono davanti a lui. E mentre scrive una piccola dedica, sento di dovergli dire ancora quanto sia grande e quanto mi sia rispecchiata in una sua canzone (mi risponde: “mi dispiace per te…”). Ma il tempo stringe e la fila incalza… Il tempo di vederlo sorridere ancora una volta e vado via.
Grazie Simone.