November 28th, 2006 posted by: Max
Postato in: Fabrizio De Andrè
1. Damiano | May 5th, 2007 at 19:40
grande Faber, il brano che amo di più è “la ballata degli impiccati” tratto da “tutti morimmo a stento” del 1968
ecco il testo “la ballata degli impiccati”
Tutti morimmo a stento ingoiando l’ultima voce tirando calci al vento vedemmo sfumare la luce.
L’urlo travolse il sole l’aria divenne stretta cristalli di parole l’ultima bestemmia detta.
Prima che fosse finita ricordammo a chi vive ancora che il prezzo fu la vita per il male fatto in un’ora.
Poi scivolammo nel gelo di una morte senza abbandono recitando l’antico credo di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta e l’estrema vergogna ed il modo soffocato da identica stretta impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull’ossa e riprese tranquillo il cammino giunga anch’egli stravolto alla fossa con la nebbia del primo mattino.
La donna che celò in un sorriso il disagio di darci memoria ritrovi ogni notte sul viso un insulto del tempo e una scoria.
Coltiviamo per tutti un rancore che ha l’odore del sangue rappreso ciò che allora chiamammo dolore è soltanto un discorso sospeso.
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1. Damiano | May 5th, 2007 at 19:40
grande Faber, il brano che amo di più è “la ballata degli impiccati”
tratto da “tutti morimmo a stento” del 1968
ecco il testo “la ballata degli impiccati”
Tutti morimmo a stento
ingoiando l’ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce.
L’urlo travolse il sole
l’aria divenne stretta
cristalli di parole
l’ultima bestemmia detta.
Prima che fosse finita
ricordammo a chi vive ancora
che il prezzo fu la vita
per il male fatto in un’ora.
Poi scivolammo nel gelo
di una morte senza abbandono
recitando l’antico credo
di chi muore senza perdono.
Chi derise la nostra sconfitta
e l’estrema vergogna ed il modo
soffocato da identica stretta
impari a conoscere il nodo.
Chi la terra ci sparse sull’ossa
e riprese tranquillo il cammino
giunga anch’egli stravolto alla fossa
con la nebbia del primo mattino.
La donna che celò in un sorriso
il disagio di darci memoria
ritrovi ogni notte sul viso
un insulto del tempo e una scoria.
Coltiviamo per tutti un rancore
che ha l’odore del sangue rappreso
ciò che allora chiamammo dolore
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