Il Sale e la Zucca
[foto di Matteo]
Il blog su Simone Cristicchi

C’è una canzone nel tuo disco che riflette sulle logiche commerciali delle case discografiche che spesso impongono agli artisti di produrre canzoni estive ed orecchiabili infarcite dai soliti termini come “sole”, “sabbia”, “mare” ecc. La canzone in questione tu l’hai scritta, si chiama “Ombrelloni”, ma è piena di parolacce e termini forti quasi a boicottare queste esigenze di scrittura a comando. Credi che questa provocazione sia arrivata?
SIMONE - Sicuramente “Ombrelloni” vuole demolire lo stereotipo delle canzoni scritte a seconda delle stagioni. Negli anni passati mi sono sentito dire da molti discografici e direttori radiofonici che dovevo scrivere di temi leggeri e scanzonati, per arrivare al grande pubblico. Per protesta contro questo sistema ho scritto quella canzone, che molto probabilmente però non diventerà il singolo estivo… all’interno ci sono troppe parole “politicamente scorrette”, e se dovessimo operare un’autocensura la canzone si ridurrebbe ad un’unica successione di bip!
[l'intervista intera è su ilmalscalzone.it]
CLELIA
Indossa ogni mattina un vestito stirato, da signorina per bene, con la gonna al ginocchio… una fantasia sobria. Acconcia i capelli in uno chignon che, come le ha sempre detto sua madre, va bene per tutte le occasioni. Si siede vicino alla finestra, e aspetta. Ha aspettato tanto, è per questo che l’hanno portata qui. Ormai i suoi capelli non sono più color del lino e gli anni solcano il suo volto, ma ogni mattina lei si prepara: ineluttabilmente, da cinquant’anni. Sta alla finestra e scruta l’orizzonte: vicino alla porta, per vedere chi entra. E aspetta, aspetta. Aspetta il suo capitano. Abitava sulla costa, Clelia. Era di buona famiglia, promessa a un giovane ufficiale dalla capigliatura riccia e nera e gli occhi azzurri come il cielo: avrebbero dovuto sposarsi all’inizio d’agosto, al suo ritorno. Ma lui non tornò. E lei aspettò, fissando l’azzurro mare tutto quell’agosto. E settembre. E ottobre. Passò un anno: lei non parlava più, aspettava soltanto. L’agosto seguente la portarono qui, e da allora non è cambiato nulla…tace, aspetta. A volte, nel vedermi da lontano, trasale: forse perché ho una gran massa di capelli ricci. Ma poi, quando l’avvicino, mi rivolge un sorriso triste… Mi regala una carezza rassegnata, e torna a guardare fuori: forse perché i miei occhi non sono azzurri come il cielo. Non sono azzurri come il mare d’agosto.
[di Glaucopide]